Non è buonismo, ma autodifesa

La nascita dell’associazione “Carta di Milano – la solidarietà non è reato” a Milano il 14 gennaio del 2018 mira a creare un fronte comune in ciò che si sta rivelando una battaglia per salvare l’Europa dal degrado dei suoi principi e valori imposto dalle politiche di sicurezza e d’immigrazione europee e nazionali. Purtroppo in questo momento il fronte più caldo è l’Italia (insieme alla Grecia che ha poche possibilità di reagire visto che è presa in una tremenda morsa dal punto di vista economico), un Paese che viene scientemente spinto verso forme di potere sempre più autoritarie, specie verso i migranti e chi li aiuta. Questa riflessione si basa sulla necessità di rendere chiaramente l’idea che lungi dall’essere un’aberrazione o un caso, ciò che sta avvenendo in Italia per contrastare la solidarietà verso i migranti e i rifugiati (ma sarebbe meglio parlare semplicemente di persone, donne, uomini e bambini) è inevitabile vista l’impostazione dell’agenda europea sull’immigrazione che è partita nella primavera del 2015, e della sua accettazione da parte degli ultimi due governi. Ci sono persone che si battono in prima linea su queste questioni dalla Sicilia a Como e Ventimiglia, passando per le grandi città e incluse le persone, per me eroiche, che si mettono in gioco e a rischio nel mare per evitare le tante morti che si stanno verificando anche in quest’inizio di 2018 alcune delle quali si erano stancate di fare una macabra conta dei morti. Il testo che segue si basa sui documenti ufficiali e sulle politiche imposte dall’alto.

I preoccupanti sviluppi attuali, espressi sinteticamente nel nostro motto, sono assolutamente lontani dalle motivazioni e dalle logiche che vengono presentate come la ragione per tali iniziative, per quanto si dimostri che sono irrazionali e/o dannose. Pare necessario cambiare l’impostazione di questa lotta da difensiva per passare a un forte contrattacco per il quale esistono tutti i presupposti, a partire dalla constatazione che opporsi a queste politiche rappresenta l’unico modo in cui si possono difendere l’Europa (non importa se parliamo di UE o del continente) e i suoi singoli Paesi dal degrado, ma non nel senso che intendono le nuove misure legislative e le ordinanze dei singoli comuni per contrastare la solidarietà.

Uno sforzo indispensabile per salvaguardare l’umanità, i diritti e i principi di solidarietà

L’Agenda Europea sull’Immigrazione e la sua messa in campo non lasciava dubbi su ciò che si stava preparando, letto nella sua totalità e con l’ausilio delle varie iniziative intraprese nel contesto dei suoi pilastri che sono uno peggio dell’altro. L’unico aspetto che poteva essere considerato positivo era quello delle relocation (ricollocamenti) e del cosiddetto “sforzo di solidarietà” verso l’Italia e la Grecia che, in fin dei conti, non si è materializzato, neanche al livello ridicolo a partire dal quale era stato impostato (le fantomatiche 160.000 relocation dall’Italia e dalla Grecia verso altri Paesi europei non potevano pretendere di migliorare la situazione – dopo più di due anni e con la chiusura del programma, la cifra complessiva dai dati forniti dalla Commissione il 5 di febbraio del 2018 supera di poco le 33.000 relocation (33.582, 21.729 dalla Grecia e 11,853 dall’Italia), a fronte di un numero di arrivi contenuto, se consideriamo che l’UE ha una popolazione superiore ai 500 milioni di persone, che può essere presentato e gestito come un’emergenza solo se le persone vengono bloccate nelle regioni e gli stati di primo approdo) … Insomma, è stato un pretesto per imporre all’Italia e alla Grecia di impiccarsi tramite il perfezionamento del sistema di Dublino che le pone in una posizione permanente di svantaggio strutturale che rende il fenomeno ingestibile, e può essere considerata una presa in giro se si considera il fatto che le relocation non si sono materializzate (persino Gentiloni se ne era accorto all’inizio del suo premierato, poi ha colpevolmente abbassato la testa e seguito gli ordini che venivano da Bruxelles, dannosissimi per l’Italia).

Tali pilastri sono l’approccio hotspot; ristabilire la credibilità del sistema europeo dei rimpatri; l’esternalizzazione attraverso accordi di riammissione efficaci con i Paesi terzi, se necessario ricattandoli attraverso i fondi per lo sviluppo, e il capacity-building (creazione di strutture nazionali per il controllo delle frontiere, attraverso assistenza finanziaria, di addestramento e operativa).

In seguito alla priorità accordata ai salvataggi in mare e alla sospensione della pratica di acquisire le impronte digitali di tutti coloro che entravano in Italia e Grecia fino alla seconda metà del 2014, che facilitò la possibilità dei cosiddetti “spostamenti secondari” da parte dei nuovi arrivati, parve che la situazione di emergenza creata ad arte dalle regole europee scemasse. Questo creò un grande panico, anche perché le politiche d’immigrazione e il trattamento strumentale di questo fenomeno in modo da usarlo per giustificare lo sviluppo del sistema e delle strutture europee di sicurezza era una priorità per la quale erano previsti ingenti investimenti, anche per i sistemi informatici, di sorveglianza e di controllo. Se risultava evidente che gran parte del problema era prodotto dal Regolamento di Dublino e dalla sua implementazione attraverso misure come la schedatura sistematica di ogni arrivo nella banca dati EURODAC che permette di rendere i Paesi di primo approdo perpetuamente responsabili di chiunque entra in Europa attraverso le loro frontiere, si sarebbe potuto arrivare a delle richieste di abbandonare questo modello. Il piano elaborato dalla Commissione e annunciato tra il marzo e maggio del 2015 prevedeva di trasformare l’Italia e la Grecia in grandi recinti nei quali ogni persona che entrava irregolarmente nell’UE doveva essere intrappolata, soffrendo le pene dell’inferno perché non erano morti durante la traversata, prima di un’inevitabile detenzione ed espulsione, necessarie per “ristabilire la credibilità del sistema europeo dei rimpatri”, nel gergo istituzionale.

Il problema che questo poneva riguarda da una parte il fatto che la Commissione e in particolare il commissario Dimitris Avramopoulos siano stati affetti da un delirio d’onnipotenza una volta che le richieste di aiuto di Italia e Grecia nella gestione del fenomeno gli hanno liberato le mani per impiegare le agenzie europee nei due Paesi per imporre questo modello. Dall’altra, il problema è l’assorbimento da parte della Commissione della logica strumentale di Frontex, per la quale l’unico obiettivo, che non ha alcun contrappeso, è che non entri nessun immigrato cosiddetto irregolare nell’Unione Europea. Qualsiasi cosa che non opera in quest’ottica viene considerato dall’agenzia per il controllo delle frontiere esterne (che in realtà è diventata l’agenzia per l’istituzionalizzazione della discriminazione, per l’annullamento dei diritti umani e per la criminalizzazione della solidarietà in nome dell’efficacia delle politiche d’immigrazione) un pull factor (fattore di attrazione), ovvero ciò che spinge le persone a migrare verso l’Europa senza che ne abbiano il permesso (negato sistematicamente e soprattutto a chi ne ha più bisogno). Tale impostazione comporta necessariamente un attacco contro qualsiasi forma di assistenza o solidarietà per quelle persone che, se riescono a raggiungere l’Europa, si macchiano di una colpa indelebile che li deve condannare all’indigenza e a vivere sulla loro pelle delle forme di esistenza talmente brutali che il ritorno nei loro Paesi di origini, anche in condizione misere o di enorme pericolo per le loro vite e incolumità, sia preferibile. In più, oramai per Frontex qualsiasi cosa che non porti all’immediato rimpatrio (i diritti umani, il lavoro degli avvocati, le regole dello stato di diritto, la solidarietà dei cittadini e quella imposta dalla carta costituzionale, le convenzioni internazionali e persino le minime garanzie per i soggetti vulnerabili o la limitazione dei tempi di detenzione nei CIE stabiliti nella direttiva sui rimpatri) viene considerata un pull factor usando una logica strumentale che oramai è anche quella della Commissione. Inoltre, il primo spiegamento dell’EASO (European Asylum Support Office) su grande scala è stato usato per sancire una esclusione di massa delle persone che arrivano dalla possibilità di richiedere l’asilo in Italia -e in Grecia per permettere le deportazioni in Turchia e convincere le autorità a considerare la Turchia un luogo sicuro- e darle un’apparenza di legalità, cose che minano il suo ruolo principale, letteralmente, “il sostegno all’asilo”.

Il delirio di onnipotenza

Il diritto degli stati di uccidere o di “lasciar morire”

Come si possono insinuare dubbi e imporre condizioni a delle persone che altruisticamente si occupano di evitare la morte delle persone che provano ad attraversare il Mediterraneo? L’introduzione del Codice di Condotta da parte del governo italiano con il sostegno della Commissione ignora la questione fondamentale che è alla base di tali interventi: la scelta di lasciare che le persone muoiano in mare se disobbediscono alla proibizione di emigrare verso l’Unione Europea. Verso la fine dell’audizione del pm Zuccaro davanti al CSM (Radio Radicale), sostenne che l’ipotesi investigativa più concreta era quella legata al fatto che i privati cittadini non possono sostituirsi alle autorità e in particolare non possono operare in antitesi alla volontà degli stati e dell’UE. In linea di massima è un ragionamento che potrebbe filare, se non fosse che la volontà esplicita degli stati è quella di far morire innumerevoli persone che consapevolmente scelgono i rischi della traversata piuttosto che le sofferenze che già conoscono, sia in Libia che nei Paesi d’origine. L’imposizione di sospendere l’operazione Mare Nostrum e arretrare le forze navali è stata presa con la piena consapevolezza della possibilità che avrebbe prodotto un aumento delle morti, come evidenzia il rapporto di Frontex sull’impostazione dell’operazione congiunta Triton che la ha sostituita. Inoltre, va segnalato che gran parte dei mezzi e delle operazioni marittime delle ONG si sono attivati quando tale decisione è stata presa, e dopo vari anni in cui effettuavano una macabra contabilità del numero di morti nel Mediterraneo.

Anche se le insinuazioni e critiche stanno avendo degli effetti ai quali ci dobbiamo opporre, anche a livello mediatico, segnalerei che in realtà sono stati scritti numerosi articoli che spiegano bene quanto sia sbagliata l’impostazione tendente a criminalizzare le ONG, nonché la natura e le motivazioni del loro lavoro. In particolare, tra queste, e oltre ai recenti articoli e inchieste su Open Migration e molti altri mezzi di informazione, mi permetto di segnalare Astral, un video sul lavoro di Proactiva Open Arms anteriore a questa polemica strumentale, che diede risposta alla maggior parte dei dubbi e insinuazioni che furono alimentati (sugli scafi, i finanziamenti, chi sono queste persone, etc).

Parlava dei dubbi degli operatori sul loro ruolo ambiguo in quel “far west”, con la struggente scena finale accanto a un’imbarcazione militare in cui uno di essi si chiede come sia possibile che spetta a loro fare quel lavoro quando ci sono navi ed equipaggi molto meglio forniti per farlo che non lo fanno, ai quali però non viene permesso. In breve, la natura odiosa di queste accuse è chiara e dimostrata, ma bisogna che il settore dei media e i singoli presentatori lo evidenzino ogni volta che gli vengono espresse queste tesi, da politici o commentatori. Quindi, in ultima analisi, perché mai dovrebbero combattere e sottomettersi a delle imposizioni assurde per fare qualcosa di meritevole che non è una loro volontà, ma una reazione di fronte a migliaia di morti provocate da una colpevole volontà istituzionale di uccidere di fronte alla quale non sono capaci di non far nulla?

Le relocation: un mezzo per squalificare quasi tutti coloro che arrivano dalla possibilità iniziale di richiedere l’asilo, deumanizzarli e produrre statistiche che mistificano la realtà

Il numero bassissimo di relocation previste (160.000) per far fronte all’arrivo di più di due milioni di persone quando la popolazione complessiva dell’Unione è di più di 500 milioni è stato ridicolo. Si basava sulla previsione che gran parte degli arrivati erano migranti irregolari, economici o comunque persone che non potevano beneficiare dell’asilo, nonché sulla creazione arbitraria di nuove procedure per selezionare delle persone verso le quali non era possibile alimentare dubbi riguardo alla loro possibile classificazione come rifugiati, sostituendo l’obbligo dell’esame individuale delle domande di asilo di ogni persona che le faceva con una grossolana scrematura basata sulla nazionalità nei cosiddetti Hotspot. Infatti, le uniche persone ricollocabili erano coloro che provenivano da Paesi per i quali i dati Eurostat segnalavano che almeno il 75% delle richieste di asilo erano state accolte (nel momento in cui ho studiato le carte erano Siria, Iraq, Eritrea e Yemen), di cui l’unica nazionalità che arrivava in numeri consistenti in Italia erano gli eritrei).

Questa procedura deliberatamente restrittiva ha poi permesso alla Commissione, nei documenti in cui descriveva l’evolvere delle relocation, di sostenere che il numero di trasferimenti previsti era stato eccessivamente alto, visto che la quasi totalità di coloro che arrivavano erano migranti economici (usando l’esclusione dalle relocation in base a queste pratiche arbitrarie come dimostrazione che effettivamente non c’erano rifugiati da ricollocare, ovvero, che l’UE e l’Italia non avevano alcun dovere rispetto a queste persone deumanizzate come “illegali” in questo modo). Lo stesso gioco mirato a giustificare l’arbitrarietà nel gestire questi arrivi non funzionava nello stesso modo per quanto riguarda la Grecia, visto che lì arrivavano grandi numeri di persone innegabilmente rifugiate, principalmente dalla Siria e dall’Iraq, per cui si sono inventati un altro modo di escludere praticamente tutti: hanno fissato la data del 21 di marzo 2016 come data dopo la quale tutte le persone entrate in Grecia lungo la rotta turca andavano rispediti in Turchia, senza se e senza ma… Per fare ciò, e come indice della sfacciataggine e della consapevolezza dell’illegalità di ciò che veniva sottoscritto, il presunto accordo o trattato è stato ufficializzato attraverso un mero comunicato stampa a nome di un’autorità che non esiste (e quindi non è perseguibile) “i capi di stato e di governo dei Paesi dell’UE”. Infatti, gli Hotspot sulle isole greche per lo smistamento rapido dei nuovi arrivati, si sono velocemente trasformati in campi di detenzione per tempi indeterminati di tutti coloro che arrivavano, violando ogni regola applicabile sia ai CIE che, in Italia, le cosiddette Procedure Operative Standard già allucinanti di loro, che perlopiù vengono sistematicamente violate come per quanto riguarda la presenza di minori al loro interno (Pozzallo, Taranto, Lampedusa), i periodi di permanenza, o le violenze e sistemi discriminatori imposti -isolamento, pasti saltati- a coloro che rifiutano di fornire le loro impronte digitali.

Quindi, dopo il diritto di decidere di lasciar morire le persone che non possono viaggiare in aereo, pullman o traghetto dovuto all’imposizione di un obbligo di visto che non sarà mai concesso anche di fronte alla necessità di muoversi per sopravvivere, si è usato un presunto (e falso) sforzo di solidarietà verso l’Italia e la Grecia che danneggiava entrambe, per squalificare la quasi totalità dei nuovi arrivati dal poter essere considerati rifugiati per trasformarli in soggetti non voluti, disobbedienti e illegali da maltrattare. Chiunque li aiuta, secondo il tandem Commissione-Frontex, è quindi complice dei trafficanti. Il fatto che decine di migliaia di loro riescono a richiedere, e spesso ad ottenere l’asilo attraverso altri canali e grazie alla presenza di associazioni, professionisti e privati cittadini che li aiutano in tal senso, sarebbe una palese smentita di quello che sostiene la Commissione nei suoi documenti. Perciò, questa si è attivata per fare in modo che ciò non succeda più, il che, dopotutto, è il concetto che è alla base dell’agenda europea.

Infatti, un altro pull factor segnalato dal duo sin dal 2014 era il fatto che né l’Italia e né la Grecia avevano una capacità sufficiente nei loro CIE per detenere tutte le persone che andavano espulse… va segnalato che in Italia c’era stata una grande diminuzione dovuto al fatto che i centri esistenti operavano in una costante situazione di abuso dei diritti fondamentali delle persone, erano in condizioni fatiscenti e che le pratiche attuate erano irrazionali dal punto di vista delle spese che comportavano. In Grecia, una delle prime misure annunciate dal governo Tsipras fu la chiusura dei CIE. Tutto ciò non era tollerabile dal punto di vista di un’agenda che prevedeva la trasformazione (o degradazione) di questi due Paesi di primo approdo nei campi di concentramento dell’Europa, per cui bisognava scremare i nuovi arrivati negli Hotspot tra candidati per le relocation e persone da espellere. Queste andrebbero immediatamente detenute per poi essere espulsi velocemente grazie alla firma di accordi di riammissione con tutti i Paesi di origine (anche attraverso il ricatto usando i fondi per la cooperazione e lo sviluppo, che vengono usati sempre di più per rafforzare le forze di sicurezza e controllo dei confini di Paesi i cui regimi o governi non sono sempre innocenti per quanto riguarda il trattamento delle popolazioni). Il modello è quello dell’Italia con l’Egitto, attraverso il quale si presume che gli egiziani non sono rifugiati (nonostante la drammatica situazione in quel Paese per quanto riguarda le sparizioni e la criminalizzazione degli oppositori del regime) e vengono rimpatriati in pochi giorni con la partecipazione delle autorità consolari. Con una capienza adeguata di alcune migliaia di persone, sarebbe possibile escludere tutte le persone non rilocalizzabili per celermente detenerle nei CIE di nuova creazione, e poi espellerle quasi subito con la minaccia aggiunta che comporta la partecipazione delle autorità del Paese dal quale sono scappate all’identificazione. Così svanirebbe il “problema” di chi riesce a richiedere l’asilo o la protezione in seguito all’opera di scrematura grossolana effettuata negli Hotspot, ovvero il rispetto del diritto d’asilo.

Violazione sistematica della Costituzione, dei Trattati e delle regole con fare manageriale, alimentando una crisi o emergenza inesistente, se non fosse stata creata ad arte

La priorità iniziale era l’acquisizione delle impronte digitali di tutte le persone che arrivavano, e la Commissione ha esercitato una forte pressione sull’Italia per arrivare al “100%” di inserimento delle schede di tali individui nella banca dati EURODAC. Per farlo, è stato indicato che sarebbe necessaria una modifica legislativa per permettere l’uso della forza “proporzionata” e anche su “soggetti vulnerabili” (minori, donne incinta, persone ferite e vittime di tortura) per proteggere gli agenti (italiani o del personale di Frontex) da eventuali denunce per violenze, abusi o maltrattamenti… che poi, logicamente, sono avvenuti. Purtroppo, e nonostante molti eccessi, questi sono imputabili solo fino a un certo punto agli agenti e le forze che li compiono, vista la grande insistenza delle istituzioni per mettere su un sistema attraverso il quale o “si fa quello che vogliamo a tutti, oppure la vostra mancata collaborazione ci permette di farvi quello che ci pare”. Se c’è razzismo e violenza nella società, c’è anche all’interno dei vari corpi e quest’approccio ha fatto di tutto per permettere a coloro che albergano queste tendenze nella loro persona di poterle scatenare. Rimane da segnalare che, per quanto riguarda le mancate relocation, lo stesso approccio manageriale non è stato usato, ma piuttosto, sono state sottaciute finché l’abisso tra le promesse e la realtà era indubbio, con dei Paesi che rifiutavano di accogliere anche numeri piccolissimi di persone. Le schermaglie tra la Commissione e alcuni Paesi inadempienti sono state una esibizione che celava il fatto che l’agenda puntava semplicemente a degradare l’Italia e la Grecia in direzione autoritaria, saturandole di presunti “clandestini” (spesso fabbricati ingannevolmente attraverso gli hotspot) per trasformarle in polveriere e luoghi di intolleranza generalizzata. In questo contesto, è ovvio che l’opera e/o il lavoro di chi assiste gli immigrati e gli fornisce soluzioni, aiuti e consigli, nonché beni di prima necessità è un problema. Quei numeri non potevano fare una grande differenza in termini generali, ma ancora di più perché, in un esempio di palese slealtà istituzionale, risulta che la mancata sospensione dei trasferimenti Dublino verso l’Italia significhi che nel 2016 sono stati ritrasferite più persone verso l’Italia di quelle che hanno beneficiato delle relocation.

Nel 2015, l’ottavo rapporto sul funzionamento dell’area Schengen sanciva il rilassamento delle regole per la reintroduzione delle frontiere interne qualora ci fosse un flusso di persone non adeguatamente identificate, cosa che era stata negata solo due anni prima, per rafforzare l’efficacia del concetto “Paesi come recinti”. In più, dopo l’enfasi sull’acquisizione delle impronte, si è passati a un enorme sforzo per evitare i cosiddetti movimenti secondari, che sono il modo più ovvio e semplice di far scemare o scomparire l’emergenza, la cosa che più temeva il duo Commissione/Frontex che l’aveva creata ad arte e ora si accingeva a pretendere degli immani sforzi dalle conseguenze disumane dagli stati per mantenerla. Infatti, mentre si riproducevano situazioni al limite in tutta Italia, dalle regione meridionali alle grandi città e poi a Ventimiglia e in tutto l’arco alpino (Como, Pordenone, il Brennero) gli ordini inflessibili della Commissione erano di ritrasferire tutti coloro che venivano intercettati vicino alle zone di frontiera verso il sud, così come in Grecia le isole si mantenevano saturate con trasferimenti dalla terraferma, oltre ai nuovi arrivati (quest’inverno, però ci sono stati dei trasferimenti dalle isole alla penisola dovuto alla criticità di alcune situazioni).

Questo è il modello: perché se le persone fossero libere di spostarsi per l’Europa e aiutarsi da sole o con le loro reti di sostegno, familiari e di conoscenze si rivelerebbe la terribile realtà: che non sono assolutamente un problema e, in più, l’Europa ne ha bisogno. Però la presunta crisi o emergenza ha giustificato degli immani sforzi che prevedono investimenti multimiliardari per sviluppare il sistema europeo di sicurezza, basati sul fatto che i migranti sono un gravissimo e insostenibile problema che mette a repentaglio l’esistenza stessa dell’UE (anche la Brexit è un sintomo di quest’interpretazione del mondo)… tutto ciò, mentre la stanno smontando per implementare le politiche d’immigrazione, in modo autolesionisti e a servizio degli interessi di chi sta usando queste politiche e le pratiche che comportano per depredare le risorse europee.

Esternalizzare la barbarie, finanziare e rinforzare le dittature e gli apparati di sicurezza

Nello stesso modo in cui la Commissione pretende che gli stati membri abbiano a disposizione o si attribuiscano un potere assoluto e/o arbitrario per contrastare l’immigrazione anche in violazione delle loro carte costituzionali e dei loro obblighi internazionali, pretende che i Paesi terzi abbiano un controllo assoluto delle loro frontiere per evitare che si verifichino movimenti verso l’Europa. Il modo in cui opera l’esternalizzazione dei controlli d’immigrazione e della criminalizzazione dei migranti nelle regioni limitrofe è basato sulla coercizione, l’imposizione di una condizionalità per l’accesso ai fondi per la cooperazione e lo sviluppo che funziona a mo’ di ricatto, e sul mantenere i potenziali immigrati a distanza, senza che importino le condizioni alle quali sono sottoposti altrove. Però è un processo simile a quello che stanno subendo i due Paesi d’approdo che sono oggetto degli sviluppi nei mezzi e nelle pratiche per il mantenimento di una supposta “crisi” o “emergenza” e per il perfezionamento del sistema che li penalizza. Quindi, l’Italia è sia una pioniera per quanto riguarda l’esternalizzazione in Africa delle politiche europee, che ne degrada i Paesi e le società in direzione razzista, che la vittima dell’imposizione da parte dell’UE di un modello basato sulla sua degradazione, e quella dei Paesi di approdo o di prima entrata in generale, alla quale sarebbe doveroso che qualsiasi governo italiano si opponga. Sorprende che gli enormi costi di queste operazioni, nonché i finanziamenti per le dittature e i vari regimi non tengano conto dei loro comportamenti (Egitto e Turchia in primis), nonché delle loro condizioni oggettive (Libia, e ora c’è anche una rivolta sociale in corso in Tunisia), e finiscano per finanziare regimi problematici, imponendogli attività che ne rafforzano gli apparati repressivi per non permettere le migrazioni verso l’Europa. Sia da un punto di vista formale, che nella pratica per ciò che significa materialmente, l’accordo tra il dipartimento di sicurezza pubblica del ministero dell’interno italiano e la polizia sudanese è una nota dolente. Lo sono anche quelli con l’Egitto e la Tunisia, ma il duo Commissione-Frontex continua a considerarli un esempio di “best practices” (buone pratiche da rendere modelli di applicazione generale).

L’alleanza (necessaria) con fascisti e razzisti

Per questi motivi, per quanto sia triste, non può sorprendere il fatto che le autorità italiane ed europee si siano messi in una scomoda alleanza con l’estrema destra e con i razzisti e cosiddetti populisti per prendere di mira le attività di chi fa pochi proclami, ma si impegna quotidianamente contro queste politiche o semplicemente per aiutare delle persone che ne hanno bisogno. Dal codice di condotta alle ordinanze contro la fornitura di cibo e beni di prima necessità a delle persone non solo indigenti, ma colpevolmente mantenute in una situazione dove non hanno alternative all’indigenza (visto che gli è proibito lavorare o usare le reti di sostegno personali e professionali che potrebbero sfruttare, alimentando i costi dell’accoglienza) e alla sofferenza, e sono tartassati da periodiche operazioni per rintracciare i clandestini da rimpatriare o detenere (per lunghi periodo anche superiori a un anno secondo le proposte della Commissione). Infatti la Commissione sta lavorando a una reinterpretazione della direttiva rimpatri, usando le protezioni e salvaguardie che inseriva nel sistema dei rimpatri come una lista delle cose che vanno smantellate per “ristabilire la credibilità del sistema europeo per i rimpatri” in una serie di documenti allucinanti, nei quali (un esempio tra tanti), la proibizione che alcuni stati hanno introdotto riguardo all’espulsione dei minori in base alla convenzione sui diritti del fanciullo è un’evidente pull factor, mentre è nel loro interesse rimpatriarli e consegnarli ai loro nuclei familiari – senza considerare che è proprio da quei contesti che o sono scappati, o hanno intrapreso il loro viaggio della speranza. In breve, si tratta di rendere così orribile l’Europa che nessuno ci voglia più venire… ed è un’ottica autolesionista (vedi sotto).

Inoltre, le autorità europee si rendono conto, dopo più di vent’anni di tentativi per imporre queste politiche, che c’è una grossa porzione della popolazione europea che si oppone frontalmente, non solo attraverso discorsi e critiche formali (sull’illegalità delle pratiche attuate per esempio) ma anche attraverso attività quotidiane che partono casualmente e poi diventano sostenute negli anni, quasi senza che le persone implicate se ne accorgano. Quindi, il tentativo di creare un’identità europea contro i cosiddetti extracomunitari non ha avuto successo e si è creata una forte rete di persone europee, e spesso europeiste, che capisce che resistere a queste iniziative che degradano l’Europa è un attività volta a salvarla da se stessa… e quindi dall’ottica Commissione-Frontex va smantellata e criminalizzata.

Dal gennaio del 2016 quando il tentativo di imporre codici di condotta e obblighi di registrazione alle ONG che si occupavano di soccorrere coloro che sbarcavano in condizioni difficili al largo delle isole e sulle spiagge greche, si è passati a farlo con chi si occupa di salvarle in mare. Ma la svolta già c’era stata nel 2011 (Direttiva 2011/36/EC) , con la rimozione della misura che permetteva agli Stati membri di non sanzionare la facilitazione quando fosse stata attuata per motivi umanitaria che era inclusa nel regime regolatorio su questa materia del 2002 (Direttiva 2002/90/CE + Decisione Quadro del Consiglio 2002/629/JHA). Tale manovra fu rafforzata attraverso dei tentativi da parte del Consiglio (che riunisce i governi europei) di sfumare le differenze tra le attività del traffico di esseri umani e quelle dei semplici passeurs che aiutano ad attraversare le frontiere o le reti cittadine di appoggio e di accoglienza.

In questo contesto, non deve sorprendere che, mentre gli attacchi delle autorità e dell’estrema destra in passato si concentravano su delle realtà più militanti come i No Border e tanti altri, oramai vengono attaccate anche delle organizzazioni generalmente ammirate anche dal mainstream come MSF, Save the Children, e alcuni gruppi di sostegno locale, come anche delle figure religiose. Questo non significa che non siano deprecabili i casi di abusi e maltrattamenti (emersi da recenti inchieste come quelle su Oxfam e altre organizzazioni) che, nei casi in cui sono dimostrati, vanno senz’altro sanzionati e puniti.

Comunque, la sorveglianza di una messa da parte di Forza Nuova, Salvini che prova a insegnare al Papa ciò che dovrebbe fare da buon cristiano, FN e Casa Pound che attuano delle ronde e provano a intimidire chi si dà da fare per l’accoglienza, e le ormai consuete accuse di far male agli italiani attraverso queste iniziative, sono cose noiose, seppur gravissime. Ma la questione più importante è il sodalizio che si sta formando tra gli intolleranti e le autorità con il discorso che i costi dell’accoglienza avrebbero a che vedere con chi si oppone alle politiche restrittive sull’immigrazione… in realtà tali costi sono il risultato della oggettificazione delle persone che arrivano e delle attività per renderle assolutamente vulnerabili e incapaci di agire da sé, non permettendogli di attuare i cosiddetti movimenti secondari che potrebbero risolvere il problema alla radice. Questo nullificherebbe gli enormi sforzi economici svolti per conto dell’apparato di sicurezza e gli interessi commerciali delle multinazionali e imprese tecnologiche europee (dei ‘poteri forti’ come piace dire ad alcuni) che stanno saccheggiando le finanze pubbliche nazionali ed europee per imporre questo modello assurdo, nonché dannoso. Per questo è gravissima la partecipazione dei cinque stelle a questa dinamica, imbeccati da un pm (Zuccaro), imbeccato anche lui da Frontex, che considera che la non morte di chi parte senza averne il permesso è un “fattore di attrazione”, per cui chi effettua i salvataggi in mare è necessariamente “connivente con i trafficanti”… poi qualsiasi cosa che fanno può essere interpretata in questo senso. Con la loro rabbia, ma ancora di più con la loro volontà di aggredire, oramai sono

diventati gli agenti del sistema che si proponevano di far fuori. Il ridimensionamento dei fondi usati per la repressione dell’immigrazione e dei migranti (oltre a quelli risparmiati per l’accoglienza) potrebbe portare a un cambio di paradigma che libererebbe moltissime risorse, anche per alleviare le situazioni di difficoltà in cui si trovano molti italiani…

La necessità di una svolta autoritaria

Quindi a fine 2014 – inizio 2015, la consapevolezza del fallimento delle politiche europee in questo campo hanno portato alla scelta di fare qualsiasi cosa per attuarla adeguatamente e perfezionarla, senza preoccuparsi dei problemi sistemici che comportava. In Italia e in Grecia, la richiesta di aiuto nella “gestione dei flussi” ha dato il via libera all’UE per provare a imporre il sistema che le rendeva il campo profughi d’Europa in pianta stabile, con la colpevole complicità degli ultimi due governi (Letta aveva provato ad opporsi, Renzi no, e inizialmente anche Gentiloni si era lamentato per poi cedere su tutti i fronti, in scia al ministro Minniti che si vantava di fare le cose -anche se si poteva preoccupare un po’ di più della natura delle cose che faceva e del loro rapporto con la legalità e in particolare la Costituzione difesa dagli italiani nel referendum-). Inevitabilmente, la loro saturazione avrebbe fomentato l’intolleranza e il degrado di questi due Paesi, non per via delle persone arrivate, ma delle condizioni in cui erano obbligati ad esistere. Ci sono persone in indigenza, morti sulle ferrovie e vicino alle frontiere (non più solo a Ventimiglia, e ora anche le Alpi rischiano di diventare luoghi di morte come è successo precedentemente col Mediterraneo. Ne fanno le spese alcuni dei luoghi più belli e importanti d’Europa da un punto di vista storico e culturale (Sicilia, la Magna Grecia, le isole greche) e sorprende che chi sta imponendo questa logica devastante sia un greco, seppur di destra.

Per quanto sia deprecabile, l’atteggiamento del governo ungherese (filo spinato e barriere ai confini, ronde di cittadini e respingimenti violenti da parte delle forze di polizia, detenzioni e indicibili violenze) rappresentava l’unico modo in cui poteva evitare l’intervento “in solidarietà” da parte delle istituzioni europee. Comporta un’evidente regressione dal punto di vista della civiltà, l’imbarbarimento delle istituzioni e del dibattito politico, nonché un forte attacco alle attività della società civile come quello sul quale intendiamo intervenire come Osservatorio solidarietà. Però, sorge spontanea la domanda: o andavamo da soli in una direzione autoritaria, oppure venivano a imporci il perfezionamento di una politica che porta alla discriminazione istituzionalizzata come forma generale di gestione non solo dell’immigrazione, ma della società in generale, alimentando una deriva autoritaria? Questa sembra la direzione ineludibile imposta dalle politiche di immigrazione (in tandem con quelle di sicurezza), per cui bisogna attaccare l’impostazione generale piuttosto che solo gli eccessi riscontrabili (ovvero l’idea che “quelli legali vanno bene gli altri sono da espellere”, in presenza di processi di illegalizzazione su grande scala anche di rifugiati autentici e, soprattutto, di persone normali, magari anche brillanti, dovuto all’impossibilità di ottenere un visto e alla necessità o fortissima volontà di andare altrove). Come osservato da Salvatore Palidda in “Razzismo Democratico”, il razzismo permette forme di potere quasi arbitrario e discrezionale che, una volta introdotte, possono essere applicate in seguito a delle categorie sempre più estese. Su questo tema, Foucault diceva che il razzismo è un modo di restituire al sovrano il diritto di vita e di morte (di lasciar vivere o lasciar morire) sulle persone.

Non è buonismo ma autodifesa

Per tutti questi motivi è necessario agire, perché tra giornalisti, attivisti, avvocati e accademici abbiamo tutte le armi per potere passare a un forte contrattacco, anche smentendo le presunte preoccupazioni sulla legalità (violano persino le nuove norme che creano sistemi d’eccezione, nonché quelle più essenziali dello stato di diritto -vedere l’intervento di Lorenzo Trucco presso il Tribunale Permanente dei Popoli a Palermo-, quelle costituzionali, ecc.). Ma il ragionamento sottostante deve riconoscere il fatto che ci stiamo facendo del male per un obiettivo la cui utilità non è assolutamente dimostrata -visto che abbiamo bisogno di immigrazione per le nostre economie, visto che le tante persone arrivate possono avere molto da offrire. E visto che il tentativo di imporre un sistema rigido e restrittivo basato sul controllo ha enormi costi economici e ancor di più politici e sociali. Quindi bisogna combattere l’idea che siamo buonisti, per spiegare che aiutando il prossimo stiamo difendendo noi stessi, i nostri Paesi e l’Europa dall’imbarbarimento, dall’impoverimento e soprattutto dalla deriva autoritaria verso la quale la spingono queste politiche.

In conclusione

Qualche esempio per chiudere:

  • con i CIE abbiamo permesso la detenzione delle persone non europee (privandole della libertà) senza che fosse stato compiuto un reato; ora la subiscono gli europei in tutta Europa. Nella Gran Bretagna nel 2016 sono stati detenuti 4.699 europei; anche in Francia la pratica è diffusa (riguarda principalmente, ma non solo, gli europei dell’est, ma sono stati detenuti anche italiani, spagnoli, olandesi); e, come in questo caso, è cominciato tutto con il tentativo di maltrattare degli “altri”, ovvero i Rom/zingari durante la querelle Sarkozy-Commissione del 2010. Per evitare le accuse di discriminazione, Fini e Maroni, accorsi in sostegno di Sarkozy, hanno fortemente sostenuto che chi non compiva più i requisiti per la libertà di movimento andasse espulso, anche se fosse un italiano a Parigi. Quindi si sono rafforzate le misure sulla (contro, rendendola condizionale a molti requisiti) libertà di movimento, e l’italiano che perde il lavoro in Belgio ora riceve una lettera dopo che si presenta a dichiarare la di essere disoccupato che gli dice di trovarsi un altro lavoro velocemente sennò verrà espulso. Nel RU sono già morti nei CIE tre polacchi e succede sempre più spesso che vengano detenuti degli europei stranieri dovuto alle loro attività di solidarietà verso gli immigrati. Bisogna uscire allo scoperto anche di fronte a chi non la pensa come noi per fargli presente che per penalizzare “l’altro” stiamo penalizzando noi stessi, visto che anche noi possiamo essere “altri”, per esempio all’estero, e quindi che per subordinare delle altre persone finiamo per essere subordinati e per limitare le nostre possibilità e scelte future, restringendo gli orizzonti ai quali possiamo ambire.
  • L’imposizione di queste politiche porta al degrado non dovuto alla presenza di immigrati, ma della loro presenza senza via di uscita dall’indigenza, dalla povertà e dalla dipendenza; porta al degrado del meridione dove arrivano e dove le politiche europee contano di bloccarli, delle città dove inevitabilmente cercano delle risposte, del settentrione dovuto alla vicinanza delle frontiere che vorrebbero attraversare (con il corollario di operazioni di rintraccio e rastrellamenti) e dove i sindaci emanano delle ordinanze che violano la Costituzione e degradano il loro ruolo. Questo porta anche al degrado delle forze di polizia spinte a accanirsi contro delle persone che non hanno grandi colpe senza lasciargli tregua, obbligate a imporre la loro volontà (derivante dagli ordini) anche quando è la cosa che più temono queste persone (l’acquisizione delle impronte che fa scattare gli effetti del sistema del regolamento di Dublino), per cui la violenza è quasi inevitabile, lasciando da parte il fatto che ci sono persone che la praticherebbero comunque.
  • Anche l’Unione Europea rischia il disfacimento per conto di queste politiche che hanno avuto un ruolo nella Brexit (intolleranza verso gli stranieri europei che andrebbero subordinati, in particolare i polacchi), oltre al rilassamento per la reintroduzione delle frontiere interne per evitare che delle persone non cittadine di Paesi UE “inadeguatamente identificate” le attraversino, con giustificazioni non solo di sicurezza, ma anche di “efficacia delle politiche pubbliche”. In più, l’obiettivo che piano piano la cittadinanza europea volesse dire che si può stare relativamente liberi in qualsiasi Paese dell’UE, come se uno fosse nel proprio, comincia a essere reso sempre più condizionale ai requisiti imposti che, una volta che iniziano, proliferano inevitabilmente, specie se c’è chi ragiona in base all’idea “prima i/gli ….” [inserire nazionalità] che rappresenta l’essenza stessa della discriminazione. L’agenda di cui ho parlato ne è l’esempio lampante, ovvero, di come la capacità di risolvere un presunto problema collettivamente (il “burden-sharing”, divisione del fardello tra tutti) rendendolo di facile soluzione, sta cedendo il passo a un’azione collettiva da parte degli stati membri per mettere sotto pressione i Paesi che si trovano in difficoltà nella gestione di un fenomeno, in chiave assolutamente egoista e interessata, per non dire irrazionale.

Mi fermo qui.

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