Per battere odio e discriminazione: contributo di Fulvio Vassallo per il forum Terra! #Apriteiporti

Per battere razzismo, odio e discriminazione, un impegno di ricostruzione

di Fulvio Vassallo Paleologo

Il nuovo governo italiano, ed al suo capo “di fatto”, il ministro dell’interno Salvini, continua a ricorrere sistematicamente a veri e propri argomenti di distrazione di massa, per distogliere l’attenzione del suo elettorato dai fallimenti e dalle crisi diplomatiche nelle quali si ritrova ormai periodicamente. Uno stile di governo che oggi riscuote consenso, un decisionismo violento rivolto contro l’Unione Europea, quando difende i diritti fondamentali, contro le ONG che salvano vite in mare, domani contro gli operatori umanitari ed i difensori dei diritti umani, poi verso tutti i segmenti della società che svolgono un ruolo di opposizione sui territori, basti pensare al sindacalismo di base, alle occupazioni abitative ed ai centri sociali. Un decisionismo impersonato nell’uomo forte, che prefigura un disegno di involuzione autoritaria paragonabile ai passaggi più cupi della storia del novecento europeo.

Il blocco delle navi umanitarie e il respingimento di centinaia di persone, già duramente provate dagli abusi subiti in Libia, dopo essere state soccorse in alto mare viene spacciato come una pressione sugli stati europei per una modifica del Regolamento Dublino. Che stabilisce la competenza del primo paese di ingresso, per l’esame delle istanze di protezione internazionale e per l’accoglienza dei richiedenti asilo. In realtà Salvini impone al governo una linea sovranista nella prospettiva di allearsi con i paesi del gruppo di Visegrad, ma le proposte italiane sono destinate a fallire perché sono proprio questi paesi, con l’Ungheria di Orban, ai quali si aggiunge adesso l’Austria di Kurtz, i più strenui avversari del superamento del principio della competenza del primo paese di ingresso, e saranno sempre questi paesi a respingere verso l’Italia decine di migliaia di richiedenti asilo denegati.

Non ci sono parole davanti alle tragedie che hanno funestato queste ultime settimane con la morte di oltre cinquecento persone in meno di un mese, in pratica un migrante su sette che sono partiti dalla Libia è deceduto o risulta disperso. Cinque volte rispetto a quanto si rilevava lo scorso anno.

Le Convenzioni internazionali di diritto del mare ed i loro emendamenti non possono essere applicate a seconda della convenienza politica dei governi perché sono preordinate alla salvaguardia della vita umana e della dignità della persona, oltre che alla sicurezza della navigazione. Le stesse Convenzioni non possono essere interpretate estrapolando una singola previsione ma devono essere applicate con un continuo raccordo con le Convenzioni e le Costituzioni nazionali che garantiscono i diritti fondamentali delle persone, a partire dal diritto di chiedere asilo, e nel caso dei minori, a non subire respingimenti in frontiera. Non solo quelle del diritto del mare, ma anche, tra le altre, la Convenzione europea a salvaguardia dei diritti dell’uomo, alla quale tanto l’Italia quanto Malta sono vincolate, e la Convenzione di Ginevra, per quanto riguarda la possibilità per una persona di chiedere asilo in un Paese alla frontiera. Togliere la possibilità di accesso alla frontiera per chiedere il diritto di asilo va contro la Convenzione di Ginevra sui rifugiati, e la lunga permanenza in mare, adesso anche a bordo di una nave militare in navigazione per giorni potrebbe configurare la violazione del divieto di trattamenti inumani o degradanti, affermato dalla CEDU (art.3).

Oggi Salvini vanta come successi politici la chiusura dei porti italiani, con la criminalizzazione delle ONG, malgrado importanti sentenze della magistratura a Ragusa ed a Palermo abbiano smentito le accuse montate ad arte lo scorso anno. Tra i “successi” del governo italiano la collaborazione di alcuni paesi europei che hanno accettato di dare accoglienza immediata a qualche decina di migranti sbarcati in Itali, a Pozzallo, a dopo giorni di fermo ingiustificabile a bordo delle navi militari. Malgrado la dura presa di posizione del Presidente del Parlamento europeo di dei paesi del Patto di Visegrad, sembra aumentare il consenso sulle politiche di chiusura e di esclusione ma su queste vicende si misurerà quanto rimane dello stato di diritto e dell’indipendenza della magistratura stabilita dalla Costituzione italiana. Presto potrebbero essere chiamati a pronunciarsi anche i giudici europei. Le norme e le Convenzioni non si possono forzare per atti d’imperio di un ministro dell’interno, senza modifiche legislative.

Occorre uno sforzo straordinario per ricostruire dal basso un fronte solidale che proponga una politica alternativa rispetto a quelle praticate prima dal Governo Gentiloni-Minniti, adesso dal governo Salvini, Di Maio, Conte. La crisi delle attuali formazioni politiche che una volta si definivano di sinistra impone un ripensamento generale dei linguaggi e delle forme di aggregazione del consenso.

La società civile organizzata, le organizzazioni non governative, le comunità locali dovranno essere i principali poli di aggregazione, ma sarà pure importante rafforzare i legami internazionali, con territori e gruppi sociali che possano condividere il percorso verso la costruzione di una soggettività comune della sinistra a livello europeo. Bisogna uscire dal terreno meramente difensivo dell’antirazzismo. Senza arretrare sulle grandi questioni delle migrazioni e del diritto alla protezione internazionale.

Per affrontare questo percorso, tutto da definire nei passaggi difficili che ci attendono, occorre dissolvere la contrapposizione imposta in questo momento dai governi tra diritti umani, da garantire a tutti e tutte, indipendentemente dall’origine nazionale, e diritto sociali, il diritto al lavoro, alla casa, all’istruzione, alla salute. Diritti che vanno affermati per tutti, con una costante considerazione delle questioni ambientali, non solo come fattore moltiplicatore dei movimenti migratori, ma anche come impegno che riguarda l’intera collettività, dallo smaltimento dei rifiuti al riutilizzo delle aree urbane ed alla lotta contro il riscaldamento climatico. In un momento nel quale le forze di governo trovano la loro legittimazione in politiche di odio e di contrasto di qualunque mobilità umana, salvo a subire un esodo continuo di italiani verso l’estero, occorre rovesciare il paradigma dominante e valorizzare la mobilità e la diversità come chiave per affrontare tutte le altre questioni sociali.

Sicurezza e legalità sono questioni che hanno dominato le ultime scadenze elettorali, e probabilmente sarà così anche in vista delle prossime elezioni europee del 2019. La sicurezza e la legalità non sono valori scomponibili che possono valere per una parte soltanto della popolazione. O si affermano per tutti, o nessuno potrà dirsi sicuro, quale che sia la forza degli apparati repressivi. Senza giustizia, giustizia nei tribunali, ma anche giustizia sociale, non ci potrà essere mai vera coesione sociale. Nelle fasi attuali di conflitto non si può legittimare la prevalenza dei gruppi più forti.

Di fronte alle manovre di accentramento di poteri, evidenti nell’attività più recente del governo italiano, come di fronte alla prevalenza degli esecutivi sulle assemblee elettive e sugli organi giurisdizionali, occorrerà ristabilire l’effettività del principio di divisione dei poteri e salvaguardare il sistema di garanzie dettato dalle Costituzioni nazionali e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Altrimenti resteranno tanti stati sovranisti, stritolati nella competizione mondiale a rischio di restare impigliati in conflitti regionali che impoveriranno ulteriormente le popolazioni con la ulteriore riduzione degli spazi democratici. Perché l’Europa può esistere ancora se riafferma i principi di solidarietà dei padri fondatori ed i valori dell’accoglienza e della convivenza.

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