Open Arms: le valutazioni dell’Osservatorio Solidarietà

Il direttivo dell’Osservatorio Carta di Milano riunito a Milano in data 23 marzo 2017 ha approvato il documento “Open Arms: le valutazioni dell’Osservatorio“. Il documento è stato redatto e pubblicato a seguito del sequestro della nave dell’ong spagnola “Proactiva Open Arms” e dell’iscrizione al registro degli indagati di  Ana Isabel Montes, e il comandante della nave, Marc Reig Craus, in concorso con Gerard Canals, il coordinatore generale. L’accusa nei loro confronti è di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Il sequestro della nave Open Arms come paradigma della guerra dell’Unione Europea ai diritti umani

  1. L’operazione SAR di Proactiva Open Arms
  2. Sequestro della nave e incriminazione degli attivisti
  3. La “necropolitica” come governo della migrazione n Libia
  4. Il ruolo dei servizi segreti nelle inchieste delle Procure
  5. Obblighi internazionali e protezione dei diritti umani
  6. Le politiche europee: più aiuti economici in Libia per fermare i migranti
  7. Brevi note di diritto internazionale del mare

1. L’operazione SAR di Proactiva Open Arms

Il 15 marzo 2018, la nave umanitaria Open Arms, dell’ong spagnola Proactiva Open Arms, è intervenuta nell’operazione di soccorso di 218 profughi in difficoltà a 73 miglia dalla costa libica, in acque internazionali. Secondo la prassi, era stata allertata dal Centro di coordinamento del Soccorso marittimo di Roma (itMRCC), che aveva identificato la nave maggiormente prossima alla scena del naufragio. La Open Arms si era attivata immediatamente e aveva preso a bordo 117 persone stipate su un primo gommone. Dopo aver trovato vuoto il secondo, l’equipaggio si stava apprestando a soccorrere il terzo, con 101 persone a bordo, distribuendo i giubbotti di salvataggio e caricando i profughi sulle lance, inizialmente donne e bambini, quando una motovedetta della guardia costiera libica sopraggiunta nel frattempo si è insinuata tra l’imbarcazione dei migranti e le lance di salvataggio spagnole, tentando di impedire il recupero. I libici hanno minacciato l’equipaggio con le armi intimando la “restituzione” dei migranti: si trattava di persone che, di fatto, si trovavano già in territorio europeo – come è, in acque internazionali, un’imbarcazione che batte bandiera spagnola.

Secondo la giornalista Cristina Mas, a bordo della Open Arms, il comandante della motovedetta libica avrebbe minacciato di morte l’equipaggio. «Un uomo che affermava di essere il comandante della nave della Guardia Costiera libica ha ordinato a quelli di Proactiva di consegnare donne e bambini, dando pochi minuti di tempo per decidere e minacciando di morte l’equipaggio. Letteralmente ha detto: “Sono il comandante, datemi i migranti o vi uccideremo”. L’ha ripetuto tre volte. E quello che ho visto mentre ero a bordo è che i migranti avrebbero preferito morire piuttosto che salire sulla motovedetta libica».

La nave spagnola è riuscita ad evitare la consegna delle persone già soccorse ai libici, dopo un fronteggiamento durato due ore, nel corso delle quali l’equipaggio ha ripetutamente avvisato le istituzioni italiane, senza che nessuno intervenisse. Tramite il senatore Luigi Manconi, è stato informato il ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio, al quale fa capo la Guardia costiera italiana. Alla fine i libici si sono allontanati dalla scena del soccorso. Le operazioni di soccorso potevano così concludersi in assenza di ulteriori azioni di disturbo da parte dei libici.

A quel punto le autorità italiane avrebbero dovuto indicare al comandante della nave di Pro Arms il porto di sbarco. A bordo di questa nave ricorreva inoltre un caso di emergenza sanitaria. Dopo lunga trattativa, è stato consentito alla Open Arms di dirigersi a Malta, dove una motovedetta maltese ha preso in consegna solamente una donna con il figlio di tre mesi, in condizioni critiche. A nessun altro è stato concesso di sbarcare, né la ong ha avuto il permesso di attraccare a Malta, secondo quella che è la posizione esplicitata dal governo maltese in questi ultimi anni. Non si può dimenticare che proprio per un conflitto di competenze tra le autorità maltesi e quelle italiane l’11 ottobre 2013 diverse centinaia di persone morirono in mare per un caso di ritardato soccorso per il quale è in corso un processo penale davanti al tribunale di Roma a carico di alti esponenti della Marina italiana. Successivamente, a partire dall’operazione Mare Nostrum, tutte le persone soccorse nella sona Sar formalmente maltese, ma in acque internazionali, sono state sbarcate con pochissime eccezioni dovute a casi di emergenza, nei porti italiani. Come del resto hanno fatto, fino a quando sono state presenti, le navi dell’operazione Triton di Frontex, che hanno sempre sbarcato in porti italiani i naufraghi soccorsi nella vastissima zona SAR maltese.

Dopo quasi due giorni di navigazione, con 216 persone a bordo e il mare in tempesta, in attesa di un coordinamento tra Marina italiana e spagnola, il Viminale ha finalmente assegnato Pozzallo (Ragusa) come destinazione ufficiale di sbarco. Per la prima volta, interpretando in maniera “restrittiva” i dettami del Codice di condotta firmato da Ong come Proactiva e ministero dell’Interno italiano, da Roma si chiedeva che le autorità spagnole si assumessero la responsabilità di domandare all’Italia di condurre i profughi sulle coste siciliane. Una soluzione impraticabile a fronte degli obblighi derivanti dal diritto internazionale del mare e della grave situazione delle persone imbarcate a bordo della nave spagnola, particolarmente provate per gli abusi subiti in Libia.

Proprio a Pozzallo, solo una settimana prima, la Open Arms aveva sbarcato un carico di profughi ridotti quasi a scheletri, partiti dalla Libia e recuperati in mare, tra cui il giovane Segen, 22 anni, fuggito dall’Eritrea e trattenuto in schiavitù per un anno e mezzo in un carcere libico, morto di stenti nell’ospedale di Ragusa.

A mezzogiorno del 17 marzo, la Open Arms è approdata a Pozzallo con i suoi 216 naufraghi. All’arrivo, il comandante ha dovuto consegnare le carte di bordo. Il comandante ed il capo missione sono stati trasferiti nel centro Hotspot dove sono stati interrogati senza la presenza di avvocati e senza un interprete ufficiale per diverse ore. La sera, la notizia del fermo della nave: il Pubblico ministero catanese Fabio Regolo – uno dei magistrati della Dda guidata dal Procuratore di Catania Carmelo Zuccaro, ha avanzato la richiesta di emissione e convalida di sequestro preventivo della Open Arms.

Il reato ipotizzato è associazione per delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina. I membri dell’equipaggio avrebbero dovuto – secondo la ratio sottesa al provvedimento – lasciare il loro “carico” alle milizie della motovedetta libica, rimandando uomini, donne e bambini nei lager già denunciati nei rapporti di diverse agenzie delle Nazioni Unite e da ultimo oggetto di indagine anche da parte della Corte penale internazionale. A detta degli avvocati del collegio di difesa di Proactiva la trasmissione degli atti alla Direzione distrettuale antimafia di Catania era stato possibile solo perché si era contestato il reato di associazione a delinquere finalizzata all’introduzione di clandestini in territorio italiano.

2. Sequestro della nave e incriminazione degli attivisti

I tre indagati rischiano da 5 a 15 anni e una multa di 15mila euro per ciascuno dei 216 migranti a bordo. Sulla richiesta di convalida del sequestro preventivo emesso dalla Procura, deciderà il Giudice per le indagini preliminari di Catania, che ha dieci giorni di tempo dal momento del sequestro per decidere se confermare o meno il provvedimento. I legali della Proactiva Open Arms attendono di poter avere accesso completo agli atti, in particolare ai rapporti della Guardia costiera italiana ed ai relativi tracciati, per produrre una più accurata ipotesi difensiva. A bordo della Open Arms sono conservate le registrazioni di tutti i colloqui intercorsi con l’IMRCC, il Comando centrale della Guardia costiera italiana, con la sedicente guardia costiera libica e gli altri attori coinvolti nell’operazione di soccorso.

«Si tratta di un provvedimento preventivo», scrive il 19 marzo su Twitter Oscar Camps, direttore di ProActiva Open Arms, «una mera ipotesi di reato, ma siamo ingiustamente accusati di associazione criminale e di incoraggiare l’immigrazione clandestina disobbedendo ai libici, ai quali non abbiamo voluto consegnare donne e bambini. Proteggere la vita umana in mare dovrebbe essere la priorità assoluta di ogni corpo civile o militare che si rispetti, che si chiami Guardia costiera, soccorso marittimo o Marina, come è definito anche dal diritto del mare. Impedire il salvataggio delle vite a rischio in alto mare, al fine di riportare le persone con la forza in un Paese non sicuro qual è la Libia, equivale a riconsegnarle a una situazione infernale, rischiosa e a forte tensione, ed è in contrasto con lo status dei rifugiati delle Nazioni Unite».

Questi gli stralci più rilevanti della richiesta di convalida e di emissione di decreto di sequestro preventivo:

Procedimento a carico di Marc Reig Creus e Ana Isabel Montes Mier, indagati per i reati di cui agli artt. 416 comma 6 c.p. e 110, 12, commi 3 lett. a) e b), 3 bis, D.Lgs n. 286 del 1998 e successive modifiche,

in concorso con Gerard Canals, coordinatore generale della Ong Proactiva Open Arms, commessi in Ragusa il 17 marzo 2018.

La ricostruzione dei fatti è stata effettuata in base:

  • alla relazione sugli eventi SAR del 15 marzo 2018 redatta dalla Capitaneria di porto della Guardia costiera di Pozzallo;
  • ai primi atti di indagine della Squadra mobile di Ragusa (immagini tratte dai video consegnati dall’equipaggio e dichiarazioni rilasciate dal capo missione e dal comandante della nave).

Benché avessero ricevuto ripetuti avvisi da parte dell’IMRCC di Roma, riportanti il messaggio che la Guardia costiera libica aveva «assunto la direzione delle operazioni di soccorso dei migranti, il capo missione e il comandante della nave procedevano comunque al soccorso, adducendo come scusa di aver perso il contatto radio con le lance di salvataggio che si trovavano 20 miglia più avanti».

Gli indagati «decidevano arbitrariamente di continuare la ricerca e poi il soccorso degli eventi per i quali la Guardia costiera libica (le operazioni sono avvenute tutte in acque SAR libiche) aveva assunto il comando e quindi la responsabilità, chiedendo esplicitamente e per iscritto di non volere nessuno nella zona teatro dell’evento per garantire la sicurezza delle fasi di soccorso».

«Durante le fasi di soccorso […]la Open Arms veniva raggiunta dalla motovedetta libica e dopo le concitate fasi di salvataggio […] l’equipaggio otteneva di poter soccorrere tutti i migranti grazie al consenso dei libici. Dopo aver soccorso complessivamente 218 migranti, la Open Arms alle ore 17.30 del 15 marzo 2018 faceva rotta verso nord e solo alle 19.30, in acque ancora internazionali, chiedeva il cd. POS all’IMRCC di Roma, che riferiva loro di non avere competenza in quanto il coordinamento delle operazioni SAR effettuate era dello stato della Libia, pertanto avrebbe dovuto richiedere il POS allo stato di bandiera della loro nave, ovvero la Spagna».

«In data 16 marzo 2018 alle ore 7.30 circa, il medico di bordo informava […] che era necessario sbarcare con urgenza un neonato di 3 mesi e la madre, in quanto il piccolo versava in condizioni di salute critiche. Alle ore 9.20 circa, una volta giunti in acque SAR maltesi, la nave Open Arms otteneva dall’Isola dei Cavalieri l’autorizzazione a sbarcare i due migranti di cui sopra. Le operazioni di evacuazione terminavano alle ore 13.50 e le autorità maltesi chiedevano al capitano quali fossero le loro intenzioni, e lo stesso riferiva di procedere la navigazione lasciando il loro territorio».

«Non vi è dubbio che i fatti per come analiticamente ricostruiti consentano di configurare a carico degli indagati il reato di immigrazione clandestina connesso al reato previsto e punito dall’art. 416 comma 6 c.p.».

La condotta degli indagati «non può ritenersi scriminata, come previsto in caso di reale pericolo di vita», perché non sussiste l’inevitabilità del danno grave alle persone, visto che la Guardia costiera libica era in zona e assumeva il comando del coordinamento, come reiterato da Roma. «Il comportamento viola inoltre il Codice di condotta dettato dalle autorità italiane, siglato da Proactiva […] e comunque vincolante».

Una volta giunti in acque SAR maltesi, «terminate le operazioni di evacuazione di un neonato di tre mesi e della madre di questo, hanno proceduto con la navigazione lasciando il porto» benché le autorità maltesi «avessero manifestato disponibilità ad occuparsi dello sbarco di tutti i migranti».

L’MRCC di Roma ha suggerito l’approdo a Malta, ma gli indagati «hanno ostinatamente proceduto con la navigazione verso le acque italiane».

A comprovare «l’insussistenza di una situazione di concreto pericolo di vita per i migranti, lo stesso comandante ha dichiarato di non aver avuto alcuna criticità a bordo. […] Gli indagati hanno agito con l’unico scopo di approdare in Italia».

Il reato di associazione per delinquere si darebbe, dunque, perché «l’appartenenza di un soggetto a un sodalizio criminale può essere ritenuta anche in base a un solo reato qualora sia provata la sussistenza del vincolo. Nel caso in esame, gli indagati operano professionalmente e strutturalmente per l’Ong Proactiva Open Arms e hanno inteso consapevolmente e reiteratamente disattendere il Codice di condotta».

«Vi sono i presupposti per applicare la misura cautelare reale del sequestro c.d. impeditivo, prevista dal primo comma dell’art. 321 c.p.p. […]. Il terzo necessario presupposto è quello del periculum libertatis, ossia del pericolo che la “libera disponibilità” del bene “possa aggravare o protrarre le conseguenze del reato per cui si procede ovvero agevolare la commissione di altri reati”».

Il pubblico ministero Fabio Regolo dunque dispone il sequestro preventivo dell’imbarcazione M/N Open Arms con affidamento in custodia allo stesso capitano della nave con la facoltà di permanenza a bordo dell’equipaggio.

(Catania, 18 marzo 2018 ore 17)

3. La necropolitica come governo della migrazione in Libia

Nelle sue conclusioni, la sentenza del Tribunale permanente dei Popoli pronunciata nella sessione di Palermo (18-20 dicembre 2017), afferma che:

  1. la decisione di arretrare le unità navali di Frontex e di EunavforMed ha contribuito all’estensione degli interventi della Guardia costiera libica in acque internazionali, che bloccano i migranti in viaggio verso l’Europa, compromettendone la loro vita e incolumità, li riportano nei centri libici, ove sono fatti oggetto di pratiche di estorsione economica, torture e trattamenti inumani e degradanti;
  2. le attività svolte in territorio libico e in acque libiche e internazionali dalle forze di polizia e militari libiche, nonché dalle molteplici milizie tribali e dalla cosiddetta “guardia costiera libica”, a seguito del Memorandum del 2 febbraio 2017 Italia-Libia, configurano – nelle loro oggettive conseguenze di morte, deportazione, sparizione delle persone, imprigionamento arbitrario, tortura, stupro, riduzione in schiavitù, e in generale persecuzione contro il popolo dei migranti – un crimine contro l’umanità;
  3. a seguito degli accordi con la “guardia costiera libica” e nell’attività di coordinamento delle varie condotte, gli episodi di aggressione denunciati dalle ong che svolgevano attività di ricerca e soccorso nel Mediterraneo, sono ascrivibili anche alla responsabilità del Governo italiano, eventualmente in concorso con le Agenzie europee operanti nello stesso contesto.

«È del tutto evidente che nessuna persona sensata, in siffatta situazione, può ritenere di consegnare i migranti naufraghi alle autorità libiche», commenta Franco Ippolito, presidente della Fondazione Basso, «tanto più in presenza della costante giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo sull’obbligo di non-refoulement (non respingimento) da parte dei Paesi membri».

L’ultimo rapporto dell’UNSMIL sulla Libia, consegnato al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 12 febbraio 2018, afferma che «i migranti sono stati sottoposti a detenzione arbitraria e torture, tra cui stupri e altre forme di violenza sessuale». Sia nei centri governativi sia nei campi clandestini avvengono «rapimenti per estorsione, lavori forzati e uccisioni illegali. […]I perpetratori sono funzionari statali, gruppi armati, contrabbandieri, trafficanti e bande criminali. […] L’Unsmil ha visitato quattro centri di detenzione supervisionati dal Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale e ha riscontrato un grave sovraffollamento e terribili condizioni igieniche. […] I prigionieri erano malnutriti e avevano accesso limitato o nullo alle cure mediche».

Il rapporto parla anche di esecuzioni sommarie nelle prigioni: il 19 novembre, durante un raid in un campo della zona di Warshafanah, miliziani di Tajura e Janzur, affiliati al Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale, hanno aperto il fuoco sui migranti senza dare nessun preavviso verbale, causando un numero imprecisato di morti e feriti».

Il rapporto mette in luce la «condotta spregiudicata e violenta della Guardia costiera libica durante i salvataggi e le intercettazioni in mare» e parla dei fatti del 6 novembre 2017, di cui fu testimone Riccardo Giudetti, a bordo della SeaWatch, quando «i membri della Guardia Costiera hanno picchiato i migranti con una corda e hanno puntato le armi da fuoco nella loro direzione durante un’operazione in mare».

4. Il ruolo dei servizi segreti nelle inchieste delle Procure

Il 21 marzo, sul Fatto Quotidiano, Antonio Massari pubblica un articolo dal titolo “I Servizi e il satellite militare per inseguire Ong e scafisti“, in cui fornisce rivelazioni sulle inchieste sulle Ong e solleva questioni di ordine giuridico, diplomatico e politico.

Rapporti tra Procure e Servizi nelle inchieste sulle Ong
É provato – scrive Massari – un ruolo delle agenzie di sicurezza nelle inchieste delle Procure italiane sulle Ong. Da mesi procedono congiuntamente attività di intelligence e di polizia giudiziaria. La Polizia giudiziaria, grazie alla tecnologia dei Servizi, è in grado di ottenere informazioni che confluiscono nei fascicoli d’inchiesta. I giornali hanno anticipato fatti che non sono neppure contestati dalla Procura di Catania, come la collusione con trafficanti libici, di cui non c’è traccia alcuna negli atti del procedimento giudiziario. Una grave insinuazione calunniosa che ha fatto presa sull’opinione pubblica, fonte di un danno morale ed economico che andrebbe risarcito nelle sedi opportune. Lo scorso anno in una intervista riportata dal Fatto Quotidiano il rappresentante della Lega, Matteo Salvini faceva uso di un dossier riservato proveniente da agenti segreti sotto copertura, utilizzato mesi dopo per il sequestro della nave Juventa della ONG tedesca Jugend Rettet da parte della Procura di Trapani.

Uso del satellite e altre tecnologie dei Servizi per spiare le Ong
I poliziotti del Servizio centrale operativo (Sco) e gli investigatori della Guardia di finanza raccolgono informazioni grazie a un satellite nella disponibilità del ministero della Difesa e delle agenzie di sicurezza nell’ambito di un programma europeo. Come riferisce la stampa, il satellite è in pratica dato “in subappalto” a ufficiali di polizia giudiziaria per intercettare e filmare le navi e gli spostamenti in mare ed in territorio libico.

Inoltre una sofisticata tecnologia israeliana in uso ai Servizi segreti italiani consente di ricostruire gli spostamenti dei natanti anche quando spengono i trasponder, circostanza contestata in passato ad altre Ong, di cui non vi è traccia alcuna nel caso della Open Arms. In questo caso è pacifico che l’operazione di soccorso si è svolta in acque internazionali, sotto l’iniziale coordinamento della guardia costiera italiana e non ricorre alcuna contestazione in ordine ad una qualsiasi collusione tra i componenti della Open Arms e trafficanti o scafisti. L’articolo pubblicato dal Fatto Quotidiano, per i titoli che lo caratterizzano, neppure supportati dal testo poi riportato risulta gravemente diffamatorio della ONG spagnola impegnata da mesi nel soccorso di migliaia di persone in zone SAR abbandonate dalle autorità di soccorso che gli stati avrebbero dovuto predisporre.

L’Italia paga i trafficanti per fermare le partenze
Benché l’attività d’indagine in un Paese straniero sia difficilmente accettabile sotto il profilo diplomatico e giuridico, l’investimento dello Stato italiano e dei suoi Servizi segreti in Libia è sempre più intenso. “Fonti qualificate” confermano puntualmente alla stampa quello che i Servizi smentiscono da tempo: i maggiori trafficanti libici sono pagati per bloccare le partenze ed impedire che i gommoni carichi di persone migranti raggiungano le acque internazionali. Alcuni di costoro sono divenuti parte integrante della cosiddetta Guardia costiera libica, ad altri è stato affidato il lavoro di vigilanza nei centri di detenzione, riconosciuti o informali, in cui sono rinchiusi i migranti, ad altri ancora è stata affidata la sicurezza dei compound petroliferi dell’ENI, come a Zawia e Mellitah. Gli emolumenti che detti soggetti ricevono dall’Ue e dall’Italia sono stati resi pubblici. E nuovi finanziamenti sono previsti per l’anno in corso.

L’Italia fornisce attrezzatura e finanzia la Guardia costiera libica
«L’Italia sta ufficialmente provvedendo a implementare le capacità libiche nelle operazioni di soccorso in mare» con le motovedette donate al governo di Serraj e con il progetto di dotare le due guardie costiere libiche (una del ministero della Difesa, una del ministero degli Interni) di una vera sala operativa (quella attuale consiste in un telefono satellitare, due radio, un fax e alcuni computer, ed è priva di radar e di attrezzature per il controllo aereo). Questo progetto è molto avanzato e attualmente si sostanzia nella presenza di un’unità della Marina militare italiana nel porto di Tripoli, con compiti di manutenzione ed assistenza alla guardia costiera definita “libica”. Agenti libici partecipano inoltre all’operazione di monitoraggio satellitare Sea Horse. In molti casi, anche secondo la stampa libica, le motovedette di Tripoli intervengono in acque internazionali dopo essere state allertate dai comandi italiani ed europei.

Accusa alle Ong di intelligenza con i trafficanti
In base ai filmati del satellite, alle intercettazioni dei telefoni satellitari e alla ricostruzione dei movimenti delle navi a trasponder spento, la stampa ipotizza contatti tra scafisti e operatori umanitari. In particolare, è notato un movimento sincronico di migranti sulla costa pronti a imbarcarsi e spostamenti delle navi di alcune ong. In questo modo, secondo quanto insinuato da il Fatto, le ong possono effettuare salvataggi con il minimo rischio per i migranti, e i trafficanti possono vendere ai migranti un viaggio “in sicurezza”, riducendo le spese su natanti e gasolio.

É dato per scontato lo scopo umanitario, ma l’accusa sarebbe quella di agevolare il business dei trafficanti. Queste accuse riferite da il Fatto non trovano alcun riscontro nelle contestazioni che la Procura di Catania ha mosso ai tre rappresentanti della ong spagnola Proactiva che sono stati messi sotto inchiesta.

5. Obblighi internazionali e principi minimi di umanità

A proposito delle attività di ricerca e soccorso sotto coordinamento da parte del Comando della guardia costiera italiana nelle acque del Mediterraneo centrale, riportiamo un comunicato dei Missionari comboniani: «Siamo convinti che l’operazione di salvataggio dei 218 migranti è stata compiuta dai volontari della nave spagnola con retta e consapevole intenzione al fine di salvaguardare la vita di persone, provate fisicamente e psicologicamente, disobbedendo agli ordini della Guardia costiera libica che intimava loro, sotto la minaccia di colpire la nave con armi da fuoco, di trasferire i migranti a bordo della loro motovedetta per riportarli in Libia. […] Nel portare a termine la loro opera di salvataggio, gli operatori della Open Arms sono stati motivati dalla certezza che se i migranti fossero stati riportati nei centri di accoglienza in Libia sarebbero stati sottoposti a condizioni di vita disumane ed esposti a violenze continue. Dovessero le indagini accertare che sono state violate leggi e accordi internazionali, siamo convinti che i volontari di Open Arms hanno agito seguendo la loro coscienza. Hanno preferito mettere al primo posto il bene delle persone la cui vita era seriamente in pericolo piuttosto di obbedire a leggi che avrebbero quasi sicuramente compromesso la sopravvivenza dei migranti. La legge è per la persona e mai la persona per la legge».

Nel  caso della Open Arms abbiamo tuttavia verificato lo scrupoloso rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale, che sarebbero stati violati se i responsabili della nave della ong Proactiva avessero dato corso alle richieste di riconsegna dei libici e alla decisione della Guardia costiera italiana di abbandonare la responsabilità di soccorso alla guardia costiera libica, quando questo avrebbe potuto comportare un ritardo nel salvataggio e la perdita di molte vite umane. Per non parlare della sorte disumana che avrebbe atteso i migranti una volta ricondotti a Tripoli.

6. Le politiche europee: più aiuti economici alla Libia per fermare i migranti

Sempre più, l’Unione europea e il governo italiano affidano alla Libia la responsabilità di respingimenti collettivi di migranti, vietati dalle convenzioni internazionali.

Intervistato a Bruxelles dall’Ansa, il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani ha affermato che «l’Europa ha dormito per troppo tempo sul problema dei migranti» e che mentre per la Turchia sono stati stanziati sei miliardi di euro, per la Libia finora dalla UE «non sono arrivate che briciole: così non va. […] Poi non ci si può stupire per come sono andare le elezioni in Italia». Quanto affermato a Bruxelles dimostra che l’Unione Europea rimane ancora saldamente ancorata ad una politica basata sulla deterrenza e sul tentativo, peraltro fin qui fallito, di lotta all’immigrazione “illegale” mentre elude i problemi dell’apertura di canali legali di ingresso e di revisione del Regolamento Dublino, in modo da realizzare una distribuzione più equilibrata tra i diversi Paesi europei dei richiedenti asilo che comunque riescono ad entrare nello spazio Schengen.

Una fonte UE fa intanto sapere alle agenzie giornalistiche che la Commissione europea ritiene che ci sia stata una violazione del codice di condotta delle ong da parte dell’imbarcazione di Proactiva Open Arms. L’incidente sarebbe avvenuto in acque territoriali della Libia, spiega la fonte, dopo che la guardia costiera libica aveva assunto la responsabilità delle operazioni di soccorso in mare. «L’ong non ha rispettato gli ordini», ha aggiunto la stessa fonte. La Commissione non ha voluto commentare ufficialmente il sequestro dell’imbarcazione e l’inchiesta della procura di Catania. La portavoce della Commissione, Natasha Bertaud ha invece chiesto «a tutte le parti di rispettare il codice di condotta» adottato dall’Italia sugli interventi delle ong per il salvataggio di migranti nel Mediterraneo Centrale. Quanto affermato a livello europeo non può dotare di valore legislativo un codice di condotta che rimane solo frutto di un accordo tra il ministero dell’interno ed alcune ong, e che per sua stessa natura non può drogare la normativa interna ed il diritto internazionale.

Sarebbe tempo che l’Unione Europea rifletta sulla utilità e sui costi umani delle operazioni  affidate alle unità della cd. Guardia costiera “libica. Sembra infatti che la nuova operazione di Frontex denominata Themis, partita il 2 febbraio scorso, in collegamento con l’operazione italiana Nauras, preveda un rafforzamento del livello di cooperazione operativa tra le unità navali libiche, quelle europee e quelle italiane, comprese anche nell’operazione Eunavfor Med.

Una zona SAR libica non esiste. Va detto che il governo di Tripoli, dopo averne fatto richiesta, nel mese di dicembre 2017 ha rinunciato ad avere una propria zona SAR nel Mediterraneo Centrale, dichiarando di non poter provvedere a operazioni di salvataggio al di fuori delle proprie acque territoriali. Inoltre lo stesso Codice di condotta ivi citato – che non ha alcun valore di legge– è stato interpretato in maniera erronea. Se infatti chi soccorre assume l’impegno di riferire alle autorità del Paese di cui il natante batte bandiera, ha altresì il dovere (che nel diritto ha un valore preminente) di garantire il soccorso e il trasporto verso un luogo sicuro. In altri termini c’è una vasta zona del Mediterraneo rimasta senza assetti statuali di soccorso e chiunque vi transiti ha il dovere di provvedere al salvataggio di chi viene trovato in difficoltà. Non ottemperando a tali obblighi violerebbe le principali convenzioni internazionali. Il Paese che riceve per primo la chiamata di soccorso deve indicare un place of safety, che è nozione più ampia di porto di sbarco sicuro, riferendosi anche alle condizioni legali di ingresso in un territorio, con la necessaria sollecitudine, per non aggravare la condizione dei naufraghi che sono stati soccorsi.

La prospettiva dei respingimenti e delle espulsioni condiziona ancora l’Agenda europea sulle migrazioni, nel vano tentativo secondo alcuni, di contrastare le pulsioni populiste e xenofobe che si vanno sempre più diffondendo nei diversi Paesi membri. L’intenzione della Commissione Europea era chiara fin dallo scorso 14 marzo, quando il commissario Ue alla migrazione Dimitris Avramopoulos riferì in Plenaria sull’attuazione dell’Agenda europea sulla migrazione: «Con gli arrivi scesi di quasi il 30 per cento nel 2017 rispetto all’anno pre-crisi 2014, i tempi sono maturi per accelerare e intensificare i nostri sforzi, per agire di più e più velocemente sui rimpatri». Il giorno prima si spegneva Segen, raccolto in mare dalla Open Arms e morto per malnutrizione.

Il risultato a oggi è che comunque in una zona nefasta del Mediterraneo Centrale, da cui sono spariti tanto gli assetti di Frontex che quelli di EunavforMed, resta operativa soltanto la nave Aquarius della Ong SOS Mediterranée, che verrà a breve raggiunta da un’altra imbarcazione di Proactiva, la Astral, attualmente impegnata nel Mediterraneo Orientale.

Va evidenziato come gli operatori umanitari accusati di “associazione a delinquere” abbiano tratto in salvo in due anni e 43 missioni oltre 25mila persone. E in maniera altrettanto netta, va fatto presente che da quando è in vigore il MoU ( Memorandum d’intesa) del 2 febbraio 2017 fra Italia e Libia (che in quanto documento d’intesa tra Polizie, e non trattato internazionale, non è stato né votato in Parlamento, né se ne conoscono i dettagli) il numero degli arrivi in Italia è diminuito a fronte di un aumento percentuale del numero delle persone morte nel tentativo di raggiungere l’Europa. A detta di esponenti del “Comitato Nuovi Desaparecidos”, se nel 2016 (comprendendo la fase del viaggio nel deserto) circa 1 migrante su 68 trovava la morte in tale tentativo oggi la percentuale è quasi triplicata. 1 su 28, nei primi mesi del 2018 sono coloro che hanno perso la vita in tale impresa che comunque, dato lo stato di crisi, democratica, ambientale, economica, di conflitti in corso, in cui versano molti Paesi, continueranno a rischiare la propria vita.

7. Brevi note di diritto internazionale del mare

In relazione a quanto accaduto, è necessario investigare se si siano verificate da parte della Guardia costiera italiana e della guardia costiera libica violazioni delle convenzioni internazionali che regolano il diritto del mare, e in particolare della Convenzione SOLAS (Safety Of Life At Sea), della Convenzione internazionale sulla ricerca e il salvataggio marittimo (SAR) adottata ad Amburgo nel 1979 e della Convenzione del diritto del mare del 1982 (UNCLOS).

É anche necessario tenere in considerazione le indagini svolte dalla Corte penale internazionale nell’ambito del procedimento giudiziario in corso, volto ad accertare la sussistenza di crimini contro l’umanità commessi dalla Libia. Occorre tenere in considerazione tali indagini per verificare che non vi sono porti sicuri in Libia. Infatti, ad oggi, per quanto risulta dai rapporti internazionali ONU, in Libia non esistono place of safety per i migranti riportati a terra dalla sedicente guardia costiera libica. La Corte penale internazionale potrebbe presto ricevere una descrizione documentata dei fatti intercorsi in acque internazionali tra il 15 e il 17 marzo 2018.

Infine, è necessario accertare se, a seguito dell’azione giudiziaria posta in essere dalla Procura di Catania nei confronti di Proactiva Open Arms, si configurino violazioni della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e della Costituzione italiana, vagliando la legittimità del sequestro preventivo della nave di Open Arms, avuto riguardo all’art. 1 Prot. 1 CEDU, in combinato disposto con l’articolo 7 CEDU.

Risulta inoltre molto importante considerare che, se gli ordini impartiti dalla Guardia costiera italiana e dalla guardia costiera libica fossero stati rispettati e le persone già soccorse ed imbarcate a bordo dei mezzi battenti bandiera spagnola fossero state consegnate ai libici, si sarebbe realizzato un vero e proprio respingimento collettivo, in violazione dell’art. 4 del quarto Protocollo allegato alla CEDU, unito ad una certa violazione del divieto di tortura e di altri trattamenti inumani o degradanti, sancito dall’art. 3 della CEDU.

Quanto accaduto configura senza dubbio un clamoroso esempio di criminalizzazione degli atti di solidarietà. Ricordiamo l’ultimo Rapporto di Michel Forst, relatore speciale ONU, che sottolinea la crescente attenzione e preoccupazione internazionale sui problemi incontrati da numerosi difensori dei diritti umani, ribadendo la necessità di applicare il diritto internazionale e in particolare le convenzioni di diritto internazionale del mare. Nel rapporto si invitano esplicitamente gli stati a non criminalizzare le azioni di soccorso. Adesso la società civile si organizzerà per portare la massima solidarietà agli operatori umanitari sotto inchiesta, per denunciare tutte le violazioni dei diritti umani perpetrate in Libia in danno dei migranti, e la eventuale menomazione dei diritti di difesa che si dovesse riscontrare in futuro in Italia.

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