Libia, le ragioni del fallimento della Conferenza di Palermo

Riportiamo la riflessione di Fulvio Vassallo Paleologo, del gruppo legale di Osservatorio Solidarietà, scritta per Adif, Associazione diritti e frontiere.

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Le convulse fasi preparatorie della Conferenza di Palermo sulla Libia, con un viaggio “fantasma” del premer Conte dal generale Haftar a Bengasi, rischiano di nascondere le ragioni profonde di un fallimento annunciato da tempo, non solo per le defezioni dei principali leader mondiali che erano stati invitati con una operazione propagandistica in grande stile, ma soprattutto per le posizioni assunte, non solo in materia di immigrazione, dal governo Salvini-Di Maio. Un governo che si avvale della figura del Presidente del Consiglio Conte per le “foto di famiglia”, ma che in politica estera, malgrado gli sforzi della Farnesina, e di Moavero, risulta sempre più caratterizzato dall’estremismo isolazionista della Lega e del suo vicepresidente del consiglio. Che si avvale del ruolo di ministro dell’interno per perseguire evidenti fini elettorali, in vista delle prossime elezioni europee e forse di nuove elezioni politiche nazionali.

Tre sono le ragioni principali dell’esito inconcludente che si verificherà dopo la chiusura della Conferenza di Palermo, di fatto limitata ad un incontro di mezza giornata, con solo due ore di discussione plenaria, ed una agenda di lavori che rimane ancora oscura, come i nomi ed i ruoli dei partecipanti. Poco importa a questo punto se Haftar, il principale attore dello scenario militare libico, arriverà a Palermo, o rifiuterà l’incontro lungamente sollecitato dal governo italiano.Secondo quanto riferito da alcuni media vicini al generale sembra che la motivazione formale del suo rifiuto, o il pretesto per alzare il prezzo della sua partecipazione alla Conferenza di Palermo, fosse costituito dalla partecipazione di alcune parti non gradite ad Haftar, in particolare rappresentanti del Qatar, dove Salvini era andato in una recente visita, e di una fazione libica che sarebbe legata ad Al Qaeda.

Già negli anni passati altri tentativi di “avvicinamento” ad Haftar erano falliti. L’Italia era troppo sbilanciata nel sostegno a Serraj ed alla Guardia costiera di Tripoli, che di fatto coordinava con l’operazione Nauras, mentre imponeva alle ONG un codice di condotta che le subordinava alle motovedette tripoline. Sulle presunte violazioni di questo codice si sono imbastiti procedimenti penali contro operatori umanitari. Non sono mai stati chiariti però i destianatari finali dei finanziamenti elargiti dall’Unione europea tramite il governo italiano alle milizie libiche incaricate di arrestare le partenze dei migranti. La politica estera italiana in Libia veniva afidata all’ENI ed all’ambasciata italiana a Tripoli, con un ruolo sempre più controverso dell’ambasciatore Perrone. Ed oggi in Libia, nella capitale, nell’ambasciata italiana manca ancora l’ambasciatore, proprio mentre l’Italia organizza una Conferenza internazionale per la risoluzione della crisi libica.

L’assenza dell’uomo forte di Bengasi alla Conferenza di Palermo potrebbe solo rendere più evidente le ragioni di un fallimento che la propaganda governativa è già pronta a spacciare come un successo italiano. Come dimostra l’iniziativa fissata da Macron a Parigi in materia di difesa comune europea, proprio lunedì 12 novembre, non sono certo Francia e Germania ad essere isolati, ma è proprio il governo giallo-verde che è stato abbandonato dall’asse franco-tedesco ed anche dagli alleati sovranisti ai quali si era rivolto con maggiore insistenza. Quei partiti populisti che governano in Europa e che Salvini vorrebbe come alleati alle prossime elezioni  europee. Sul populismo che dilaga in Europa, alimentato dalla paura delle migrazioni, si misura il fallimento delle politiche dell’Unione Europea in rapporto ai paesi terzi come la Libia.

La Conferenza fallisce innanzitutto, quale che sia la partecipazione più volte annunciata e poi smentita dell’uomo forte della Cirenaica, il generale Haftar, perché le politiche del governo “del cambiamento” a trazione leghista hanno determinato una frattura insanabile con la maggior parte dei paesi europei. A partire dalla decisione di chiudere i porti alle navi che avevano effettuato soccorsi sulla rotta del Mediterraneo centrale, come arma di ricatto verso l’Unione Europea per ottenere l’immediato trasferimento dei naufraghi verso altri paesi europei. Gli attuali governanti italiani non hanno neppure contribuito agli sforzi del Parlamento europeo per modificare il Regolamento Dublino III, ed hanno dichiarato alleanze con quei paesi che, come l’Austria di Kurz e l’Ungheria di Orban sono i più strenui avversari di qualsiasi ipotesi di condivisione degli oneri e di redistribuzione dei migranti che arrivano dall’Africa in Grecia, in Italia, in Spagna ed a Malta.

In secondo luogo, l’Italia ha dimostrato ampiamente, a partire dalla lotta senza quartiere alle Organizzazioni non governative ed al diritto internazionale, di non rispettare gli obblighi di soccorso imposti in acque internazionali non solo ai singoli stati titolari delle rispettive zone SAR ( di ricerca e salvataggio), ma a tutti gli stati titolari di aree limitrofe, quando il paese responsabile non è nelle condizioni di intervenire o non vuole rispondere alle chiamate di soccorso. Una politica della deterrenza dei soccorsi fomentata da quella stessa destra che si dichiara, come Gasparri, sempre piu’ critica nei confronti della politica estera del governo, dopo averne anticipato e sollecitato le misure piu’ estreme, anche sul piano giudiziario, nelle attivita’ di contrasto dell’immigrazione cd.”illegale”, unico canale di fuga dalla Libia. Una politica che ha visto anche la maggioranza del partito democratico complice con la guardia costiera libica  nella negazione del diritto al salvataggio ed all’accoglienza in un porto sicuro. In totale spregio del diritto alla vita e del divieto di trattamenti inumani o degradanti che continuano ad essere inflitti ai migranti intrappolati in Libia. Con la spinta italiana per la creazione di una zona SAR con coordinamento libico, a patire dal 28 giugno di quest’anno, si sono elusi i divieti di respingimento affermati dall’art.33 della Convenzione di Ginevra e dall’art.19 della Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea.

La ripartizione delle zone di soccorso non può costituire un alibi per eludere, come ha fatto il governo italiano a partire dal mese di giugno di quest’anno. l’obbligo assoluto di salvaguardare la vita in mare e di fornire nel modo più sollecito un porto sicuro di sbarco. Queste violazioni si pagano, se non davanti ai tribunali, sul piano politico internazionale.

Per effetto di una lunga serie di violazioni del diritto internazionale del mare, sulle quali la magistratura nazionale non è stata capace di intervenire, adducendo una lettura errata dell’interesse nazionale e del principio di difesa dei confini, a scapito del diritto alla vita, si è riacceso un contenzioso con Malta, e uno scontro latente con il governo francese, che hanno reso impensabile un qualunque accordo europeo sulla gestione della Conferenza di Palermo sulla Libia. Accordo che presupporrebbe il rispetto assoluto del dettato delle Convenzioni internazionali che impongono lo sbarco dei naufraghi in un luogo sicuro, e dunque non in Libia, come l’UNHCR ha di recente ricordatoSalvini è giunto invece a minacciare le istituzioni europee di sbarcare in Libia persino i migranti soccorsi dalla nave della guardia costiera Diciotti. Un ricatto che, se non è stato sanzionato dalla magistratura italiana, ha prodotto un guasto irreversibile nelle relazioni tra l’Italia e gli altri paesi dell’Unione Europea. Adesso il ricatto addirittura arriva fino alla minaccia di bloccare il contributo economico italiano all’Unione Europea, una scommessa sulle future elezioni europee, un risiko che, comunque vadano le elezioni,vedrà perdente proprio la popolazione italiana che si vorrebbe difendere, e che nel 2019 non sarà certo aiutata a superare la crisi finanziaria dai paesi del patto di Visegrad o dall’Austria nazionalista del cancelliere Kurz.

La terza ragione del fallimento della Conferenza di Palermo sulla Libia è la confermata volontà di utilizzare la Libia come “piattaforma di sbarco” dei migranti soccorsi in acque internazionali, una prospettiva che la Libia, come tutti  gli altri stati africani che si affacciano sul Mediterraneo hanno respinto. Una proposta che è stata formalizzata in modo maldestro a livello internazionale, e che a livello interno corrisponde alla peggiore formulazione del maxi-emendamento al Decreto legge n.113 in materia di immigrazione e sicurezza, secondo cui sarebbero possibili i rimpatri anche in “paesi terzi non sicuri”, secondo gli standard del diritto internazionale, ma in “aree interne sicure”. Aree che non potrebbero essere garantite se non con interventi militari, sul modello Afghanistan, per intenderci.

Anche l’idea di fortificare le frontiere a sud della Libia risponde soltanto ad esclusive finalità dei paesi europei e non tiene conto dei reali rapporti dei paesi del lago Chad e del Sahel. La fantomatica missione italiana in Niger si è scontrata con la consistente presenza francese e americana in quella stessa area, e sono falliti i tentativi delle Nazioni Unite che volevano utilizzare il Niger come area di evacuazione dei migranti detenuti nei lager libici. Il processo di Khartoum voluto dal governo Renzi nel 2015 appare ormai fallito, ed il Sudan è ancora uno snodo dei traffici, piuttosto che un attore capace di risolvere la crisi migratoria della regione. La ricerca di un appoggio dell’Egitto di Al Sisi, al fine di ottenere un atteggiamento più condiscendente del generale Haftar, rischia di legittimare un governo dispotico al Cairo e di cancellare le responsabilità per l’uccisione sotto tortura di Giulio Regeni.

Oltre a queste ragioni, che hanno determinato l’isolamento internazionale dell’Italia, non ha giovato alla riuscita della Conferenza di Palermo la pretesa di spacciare come un successo italiano, che dovrebbe valere per tutta l’Unione Europea, la riduzione degli sbarchi, che in termini percentuali ( meno 80 per cento) appare consistente, almeno nella propaganda governativa, ma che in termini assoluti ( 100.000 persone in meno, molte delle quali internate in Libia in veri e propri lager)  non rappresenta alcuna reale diminuzione della presenza di richiedenti asilo o rifugiati in Europa. Si sono infatti aperte altre rotte per entrare comunque nell’area Schengen, ed anche il cd. blocco degli sbarchi appare più una visione propagandistica diffusa dal ministero dell’interno, che la realtà corrispondente allo stillicidio continuo di arrivi a Lampedusa e sulle coste siciliane, sarde  e calabresi. Anzi, per effetto del combinato disposto dei provvedimenti adottati con il Decreto legge n.113, in particolare per effetto dello smantellamento del sistema di accoglienza degli SPRAR e per l’abolizione della protezione umanitaria, sono migliaia e migliaia i migranti, già residenti in Italia, richiedenti asilo, o già denegati ( sulla richiesta di protezione) che stanno passando in altri paesi europei, circostanza che certamente viene vissuta in modo conflittuale dalle autorità di questi paesi, come confermano i fatti di Claviere e lo scontro durissimo con la Francia di Macron. E sono decine di migliaia i migranti che vengono riportati in Italia per effetto del Regolamento Dublino ancora vigente.

Un governo che viola il diritto internazionale, che fa accordi con paesi terzi che non rispettano i diritti fondamentali della persona, che poggia sul ricatto la sua politica estera, non può pretendere che gli venga riconosciuto un ruolo risolutore nei conflitti internazionali e regionali. Le politiche di rimpatri di massa sono inevitabilmente destinate a fallire, come è confermato dal flop della missione di Salvini in Ghana e la persistente lentezza dei rimpatri in Tunisia. Sotto questo punto di vista non è neppure una novità, perché già le politiche dei governi precedenti, a guida PD, con uomini come Minniti, avevano legittimato prassi detentive e misure di allontanamento forzato in violazione delle normative internazionali, ma non erano riusciti a dare effettività alle espulsioni ed ai respingimenti, come richiedeva l’Unione Europea. Per questo motivo era fallita anche la Conferenza di Malta del 3 febbraio 2017 che poneva con forza l’accento sui rimpatri forzati e sugli accordi con i paesi terzi, piuttosto che sul rispetto dei diritti umani e sulla pacificazione dei territori.

Con il governo Salvini-Di Maio-Conte, si è andati ancora oltre, senza neppure tentare di nascondere l’aperta violazione delle Convenzioni internazionali e delle garanzie costituzionali. D’altra parte è ormai scontata l’assenza di una politica estera comune europea. Come si avrà modo di vedere, al di là delle dichiarazioni di principio del vicepremier Di Maio, anche nella prossima Conferenza di Palermo sulla Libia. dove la Commissaria UE Mogherini porterà le posizioni che anche sulla missione EUNAVFOR MED, oltre che sulle operazioni Triton e poi Themis dell’agenzia europea Frontex, hanno determinato uno scollamento tra i paesi membri, ed un abbandono degli obblighi di soccorso e sbarco pure sanciti dai Regolamenti europei n.656 del 2014 e n.1624 del 2016. Sono tanti che portano la responsabilità delle intercettazioni in acque internazionali operate dalla sedicente Guardia costiera libica, che riporta indietro persone fuggite da mesi di abusi e torture nei lager controllati dalle diverse milizie. L’esigenza di contrastare quella che si definisce come “immigrazione illegale” ha nascosto traffici di ogni genere, anche da parte di rappresentanti istituzionali, o con il loro avallo.

Anche le Nazioni Unite hanno le loro colpe, basti pensare al ruolo giocato da Bernardino Leon, già rappresentante ONU in Libia fino al  2015, sul fallimento di una prospettiva di pacificazione della Libia che appare troppo legata agli interessi delle grandi potenze e sembra ricadere sulla pelle della popolazione civile libica e dei migranti, intrappolati nei centri di detenzione o nelle grandi aree agricole nelle quali sono sottoposti ai lavori forzati. Negli ultimi mesi ci sono stati sforzi diretti ad attribuire un maggiore protagonismo alle diverse componenti libiche , e persino a riconoscere la situazione terribile nella quale si trovano tutti i migranti, e non solo i cd. “vulnerabili”, ostaggio delle diverse milizie che si contendono la Libia. Da allora è cominciato il tiro a bersaglio dei governi europei più apertamente populisti, ed anche di alcune parti libiche, sulle posizioni dell’UNSMIL che confermava gli abusi subiti dai migranti in Libia, anche nei cd. centri “governativi” ed apriva all’esigenza di una loro evacuazione da un territorio nel quale i migranti erano torturati e la sicurezza non era garantita neppure alla popolazione autoctona.

Adesso anche l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati indica come una priorità lo sbarco dei migranti soccorsi in mare in paesi sicuri diversi dalla Libia. Se non vi fossero stati gli attacchi del governo italiano ai partner europei che potevano condividere una politica estera comune rispetto alla mobilità dei migranti sulla rotta del Mediterraneo centrale, e se il governo italiano avesse rispettato gli obblighi derivanti dalle Convenzioni internazionali, la Conferenza di Palermo avrebbe potuto costituire una tappa importante per la contestuale soluzione dela crisi migratoria e per il processo di riconciliazione delle diverse autorità che si contendono il controllo della Libia. ma così, evidentemente, non è stato. La partita andava giocata anche sul fronte dei visti di ingresso, ai cittadini libici ed ai migranti per ragioni umanitarie, ma soltanto la Turchia sembra intenzionata ad intraprendere questa via, anche se solo in favore dei cittadini libici. I conflitti si risolvono incentivando la mobilità volontaria ed i canali di ingresso legali, non erigendo muri che arricchiscono le mafie e le milizie. La società civile libica esiste e va ascoltata. Le ipotesi di pacificazione e di unificazione dell’esercito devono essere discusse innanzitutto in Libia, senza soluzioni imposte dagli interessi, economici, o in materia di immigrazione, di altri paesi. I civili libici sono ormai tutti allo stremo e non vedono più un futuro.

Appare evidente che governi che stanno massacrando l’idea stessa di una Unione Europea forte e coesa, in nome del populismo e del nazionalismo dominanti, al motto “prima gli italiani”,come “prima gli ungheresi”, non hanno alcuna possibilità di risultare determinanti sulla scena internazionale, riuscendo forse a proteggere un residuo di rapporti commerciali in campo energetico, ma abbandonando al loro destino centinaia di migliaia di persone e determinando un prolungamento endemico dei conflitti internazionali. Ed è ormai sotto gli occhi di tutti come la quotidiana disumanità, praticata impunemente ai danni di persone abbandonate nelle mani di sequestratori e torturatori, con la complicità della sedicente guardia costiera libica, e di chi vi ha fornito mezzi e coordinamento, non possa produrre alcun avanzamento in un processo di pace nell’area del Mediterraneo. Il coinvolgimento dell’Egitto e della Turchia nella crisi libica è sempre più evidente. Come la presenza militare delle grandi potenze mondiali, che però non parteciperanno alla Conferenza di Palermo sulla Libia. Una smentita degli annunci sui quali si e’ basata in queste ultime settimane la politica estera italiana.

Questo richiamo all’interesse nazionale prevalente, e la incapacità di una risposta europea al conflitto libico,come già verificato nel caso della Siria, rimetterà a queste grandi potenze (Stati Uniti, Russia, ma anche Cina, ormai presente in modo capillare in tutta l’Africa) la soluzione di una crisi che, se non verrà risolta in tempo, potrebbe aprire spazi preoccupanti alle iniziative di gruppi terroristici già presenti in tutto il Nordafrica. Un problema che non si potrà certo affrontare con il blocco dei porti, con i ricatti ed i veti incrociati, o con l’esasperazioni delle pulsioni nazionalistiche, se non sull’onda del razzismo istituzionale e della violazione sistematica delle Convenzioni internazionali.

Pace subito in Libia, nel rispetto della autodeterminazione delle popolazioni libiche, e del diritto internazionale violato dagli stati, e anche per garantire la sicurezza, per tutti, per i migranti, come per i cittadini europei. Giustizia e sicurezza non sono entità divisibili, nè sul piano internazionale, nè sul piano interno. O valgono per tutti, nessuno escluso, o  non possono valere soltanto per una parte di privilegiati. Se non lo ricorderanno i politici presenti alla Conferenza di Palermo sulla Libia, saranno le Organizzazioni non governative e i cittadini solidali a fare diventare inscindibile questo binomio, con una azione quotidiana, di difesa e di contro-informazione, ma anche di ricostruzione di legami di solidarietà, a partire dai territori e dalle comunità locali.

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