La questione curda e la chiusura del cerchio nella guerra ai profughi

| di Yasha Maccanico | 

Siamo in una fase in cui la distruttività delle attuali politiche contro l’immigrazione è all’ordine del giorno. Gli abusi e le morti di persone non europee provocate colpevolmente dall’Unione Europea e dai suoi stati sono note da vari decenni, ma non sembra che importi a nessuno a livello politico e di elaborazione delle politiche nazionali ed europee in questo campo. Sono dei danni calcolati e considerati utili per perfezionare le politiche contro l’immigrazione, dalle migliaia di morti in mare al finanziamento di campi di tortura e detenzione in Libia, allo smantellamento delle norme del diritto internazionale e comunitario in violazione delle costituzioni nazionali. I migranti cosiddetti irregolari vanno esclusi da ogni salvaguardia e diritto, e bisogna impedire ai richiedenti asilo di arrivare. Se arrivano in Europa, bisogna annacquare le garanzie, rendere inutilizzabili i gradi di giudizio ed elaborare delle procedure per il rifiuto automatico delle richieste in base a nozioni come quelle dei paesi sicuri, subordinando lo stato di diritto alla priorità di escludere le persone dai procedimenti in modo celere e inappellabile.  

LA GUERRA CONTRO I PROFUGHI 

Dopo la sospensione dell’operazione Mare Nostrum nell’autunno del 2014, le politiche d’immigrazione sono state usate come un martello demolitore per smontare i diritti umani, lo stato di diritto e alcuni principi fondamentali di civiltà per perseguire gli obiettivi strategici dell’Agenda Europea sull’Immigrazione. La guerra contro i migranti si è trasformata in una guerra contro chi non la sostiene, in particolare contro chi resiste aiutando le persone che si trovano in difficoltà proprio a causa della condizione di clandestinità amministrativa applicata a chi entra nell’UE senza autorizzazione. Anche i giudici che applicano le leggi disobbedendo alle autorità esecutive, i pm che investigano i reati che queste compiono e i cittadini che si adoperano per coprire gli obblighi che sarebbero degli Stati ma che questi ultimi ignorano, sono ormai sotto attacco. Persino il Papa viene attaccato perché evoca dei principi della dottrina cristiana legati all’accoglienza e all’aiuto del prossimo. 

Dopo avere messo in discussione il diritto alla vita, le norme del diritto del mare, l’obbligo di soccorrere le persone in pericolo e il principio di solidarietà, l’Italia ha normalizzato la tortura (anche per gli europei soccorritori di migranti e rifugiati) in mare e l’omissione di soccorso istituzionalizzata, con la colpevole complicità dell’UE. In mare si continua a morire, mentre gli Stati sequestrano i mezzi di soccorso autofinanziati dai cittadini e arretrano il raggio d’azione delle loro risorse. 

Se tutto ciò non bastasse, ora il presidente turco Erdogan ha compiuto il passo successivo, giustificando una azione armata, il bombardamento di un territorio e la sua occupazione per sgomberare una regione da destinare all’accoglienza dei rifugiati. Tale operazione ha l’acre odore della  pulizia etnica contro la popolazione curda e rischia di produrre un importante numero di nuovi rifugiati in fuga dal conflitto, oltre ad alimentare una ripresa delle attività belliche in una zona ormai sicura. Ma l’Unione Europea si è resa ricattabile stipulando l’accordo del 2016 con il quale ha pagato ingenti somme a un governo, quello di Erdogan, impegnato a  mettere la museruola alla società civile turca attraverso la persecuzione di chiunque esprima dissenso. Questa deriva autoritaria è stata attuata, e continua ad esserlo, tramite il licenziamento degli impiegati pubblici e l’incriminazione dei dissidenti, anche in ambito universitario, giornalistico, legale e giudiziario. Coloro che si battono per i diritti umani, politici e civili sono in pericolo, ma la UE ha scelto di finanziare un presidente mentre promuove l’autoritarismo pur di  essere protetta dall’arrivo dei rifugiati. Si è legata le mani da sola, rendendo impossibile il dichiarato obiettivo di promuovere i diritti umani nel mondo che avrebbe imposto una censura degli sviluppi in corso in Turchia.

Tale cortocircuito si è reso palese quando, ottobre 2019, Erdogan ha avvisato l’Europa di non criticare l’operazione da lui stesso battezzata “Fonte di pace”. Evocando la minaccia di un’invasione di profughi. Inoltre, il desiderio turco di dotarsi di una zona cuscinetto oltre i propri confini per la sicurezza interna ha messo in secondo piano la vera emergenza di questa regione, la presenza dell’Isis. L’attacco alle milizie curde, che hanno aiutato l’Occidente nella guerra contro lo Stato Islamico, ha infatti la diretta conseguenza di lasciare campo libero all’estremismo jihadista in una zona pacificata nella quale si stava realizzando un progetto di democrazia inclusiva, multiculturale, ecologista e femminista, antitesi dell’autoritarismo che sta sempre più prendendo piede in molti angoli del mondo. 

Le minacce di Erdogan sono simili a quelle che periodicamente lanciava il colonnello Gheddafi, entrambi consapevoli della debolezza del Vecchio Continente attanagliato nella propria ossessione antimigratoria. Anche l’appoggio e il finanziamento di regimi autoritari appare una costante delle politiche europee, a partire dall’Egitto di al-Sisi, con il quale la cooperazione e l’accordo di riammissione funzionante sono considerati una pratica esemplare. Mentre è vero che la rotta Egitto-Italia è stata bloccata, è anche vero che le sparizioni, uccisioni e detenzioni di oppositori politici nel paese nordafricano sono all’ordine del giorno, e il caso del ricercatore italiano Giulio Regeni ne è un esempio che non si deve ignorare.

In Marocco, la rinnovata intensificazione dei rapporti dopo la ripresa delle partenze lungo la rotta del Mediterraneo occidentale verso la Spagna nella primavera del 2018 (dopo gli sforzi per chiudere le rotte del Mediterraneo centrale e occidentale) ha portato a una recrudescenza della caccia al migrante – nero – nel nord del paese. Sia in mare sia sulla terraferma, si è registrato un aumento dei morti, come succede in ogni luogo dove si affacciano queste politiche europee di esternalizzazione. I finanziamenti alle varie milizie e regimi, come i memorandum di intesa che stanno sostituendo gli accordi formali, sono diventati ormai strumenti tecnici e operativi, interventi decisi direttamente dagli esecutivi evitando il dibattito e il controllo parlamentare. Un esempio su tutti, l’intesa dell’agosto 2016 tra il Dipartimento di Sicurezza Pubblica italiano e la Polizia Nazionale Sudanese.  

L’AGENDA EUROPEA E LA DESTRA UTILE

Oltre a subordinare i diritti umani e lo stato di diritto all’efficacia delle politiche contro l’immigrazione, attraverso l’Agenda Europea la Commissione e Frontex hanno deciso di servirsi dell’estrema destra per sconfiggere le resistenze provenienti dalla società civile contro politiche basate sul razzismo e sulla discriminazione istituzionale. Le hanno fornito degli argomenti che l’hanno legittimata, portandola al centro dell’arena politica, in modo eclatante nel caso italiano dopo l’arrivo della Task Force Regionale di Frontex a Catania nel contesto dell’implementazione dell’approccio hotspot. Da lì, sono partite le insinuazioni che hanno fomentato la guerra contro le ONG e contro gli immigrati tanto da reinterpretare quella che era una vulgata razzista dell’estrema destra in un pensiero “normalizzato”. Chi non sostiene le politiche e gli interventi contro i migranti è stato tacciato di essere un fattore di attrazione, i famosi pull factor, dei migranti. Le ONG sono diventate invece “taxi del mare” o, ancora peggio, “complici dei trafficanti”.  Nel frattempo, invece, i trafficanti veri negoziavano direttamente con il governo italiano e venivano convertiti in una guardia costiera con la quale collabora la missione EUNAVFOR MED.

Tornando alla Turchia, il patto UE-Turchia rappresenta l’essenza del refoulement, il principio del respingimento, e dunque sono stati applicati alcuni stratagemmi. Innanzitutto è stato siglato usando una formula  che non espone l’Europa a possibili sanzioni o censure: i capi di stato e di governo degli stati membri dell’UE. 

In secondo luogo è stato trovato un escamotage per giustificare il “trasferimento” in Turchia. Il trucco della nazionalità usato negli  hotspot italiani per limitare le relocation verso gli altri stati membri, non poteva funzionare in Grecia dove arrivano soprattutto persone in fuga da conflitti come Siria e Iraq e poi Afghanistan e Yemen). Dunque, è stata arbitrariamente fissata una data, il 21 marzo 2016, oltre la quale chiunque fosse arrivato sarebbe stato ineludibilmente ritrasferito in Turchia, incredibilmente considerato un luogo sicuro per i rifugiati. E in attesa di questo trasferimento, sarebbe stato tenuto,  a volte anche per lunghi periodi, nei centri di accoglienza delle isole greche, le cui condizioni di pericoloso sovraffollamento sono note. Un modo utile ed efficace per poter anche negare sistematicamente di fatto l’asilo e per mantenere a oltranza i rifugiati nei campi allestiti ai bordi del continente. Tra settembre e ottobre 2019, ci sono stati alcuni incendi nei campi di Lesbos e di Samos, entrambi sovraffollati e con condizioni di vita ignobili sin dal momento della loro creazione e poi via via peggiorate.

L’UE e i suoi stati membri hanno condotto una pressante azione sovversiva negli ultimi cinque anni per raggiungere gli obiettivi fissati nell’Agenda Europea. In rapida successione, e ignorando le insistenti critiche dell’ONU, i suoi relatori speciali, e dalla società civile europea, sono stati subordinati alle politiche d’immigrazione: il diritto internazionale e comunitario; le costituzioni nazionali; il diritto del mare; la proibizione del refoulement e della tortura, trattamenti inumani e degradanti; il diritto alla vita attraverso l’omissione di soccorso istituzionalizzata; il dovere di solidarietà e i diritti civili e politici dei cittadini europei; e il diritto all’informazione. Al di là delle colpe e dei meriti dei diversi governi, va sottolineata la regia della Commissione Europea, in violazione del suo ruolo di guardiana dei trattati europei. Nei fatti, però, gli obiettivi di queste politiche sono serviti come pretesti per smontare dei cardini della civiltà europea, giungendo fino alla soglia della tortura in mare dei naufraghi e anche dei cittadini europei che li hanno soccorsi rifiutandosi di ottemperare alla volontà sempre più esplicita dell’UE e degli stati di non mettere in salvo vite umane. Insieme al diritto alla vita, anche i doveri di soccorso in mare e di solidarietà (sancito anche dalla Costituzione italiana ancor prima che dalla Dichiarazione Universale dei diritti umani) sono stati messi in dubbio in nome dell’efficacia di queste politiche di chiusura.

LA CHIUSURA DEL CERCHIO 

La chiusura del cerchio si è avuta nel passaggio dall’uso di queste politiche per giustificare dei crimini di Stato commessi in modo indiretto al loro uso come giustificazione per bombardare, uccidere e sgomberare un’area dove depositare rifugiati  ai quali l’Europa rifiuta sistematicamente l’ingresso.  

Rifugiati che la Turchia ha usato come pretesto per fare i conti con una sua nemesi storica, i curdi, colpevoli di aver portato avanti un esperimento di governo dal basso che rischia di attecchire. 

LOGICHE INTERNE NEL SOSTEGNO A REGIMI ESTERNI 

Come segnalato da una rete di accademici europei critici, queste politiche promuovono la discrezionalità nell’esercizio del potere da parte degli stati internamente, e questo si traduce inevitabilmente nel sostegno a regimi o governi autoritari all’estero. La devastante logica strumentale che permette la lotta contro l’immigrazione illegale o contro i trafficanti a scapito di ogni altro valore, principio o regola si sta rivelando sempre più come una forma di autolesionismo che degrada sia l’Europa che il mondo. Il collegamento di queste politiche con la nuova guerra nella Siria settentrionale è esplicito nell’invito della suddetta rete di accademici per fare cessare le morti e l’attacco turco, nelle seguenti rivendicazioni:

Chiediamo al Consiglio Europeo e ai governi dell’UE di:

  • Porre fine all’accordo UE-Turchia.
  • Porre fine al partnerariato con il governo di Erdogan, far cessare le forniture di armi e usare ogni via disponibile per fermare subito la guerra contro il Rojava nel nord della Siria.
  • Evacuare immediatamente i campi per migranti sulle isole greche, e permettere a chi vi risiede la libertà di movimento in Europa, e la loro accoglienza da parte delle Città della Solidarietà.
  • Fissare delle nuove fondamenta politiche per l’immigrazione e l’asilo in Europa, con delle politiche che si compromettano a difendere i diritti umani dei rifugiati e dei migranti in Siria, nel Mediterraneo e nella stessa Europa.”      

       

Yasha Maccanico è rappresentante di Statewatch, ricercatore presso l’Università di Bristol, ed uno dei cofondatori di Osservatorio Solidarietà

 

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