Denunciare i reati d’odio: un diritto e un dovere. Per tutti. Le indicazioni di OS

Le parole intinte nell’odio non si fermano ormai più nemmeno di fronte alle persone più fragili, deboli, in condizioni di bisogno o disagio estremo. E non scorrono più nemmeno solo sui social network, dove si è protetti dall’anonimato, da un falso nome, da un finto profilo. No, l’odio è diventato sentimento non solo non stigmatizzato ma addirittura sollecitato, condiviso, pubblicizzato. Denigrazione, insulti, istigazione alla violenza, atti di violenza, di discriminazione. Nell’ambito di interesse stretto di Osservatorio Solidarietà registriamo come ormai sia diventato comune l’attacco verbale, e fattuale, nei confronti degli immigrati e, per colpire loro, di tutti quanti, singoli o organizzazioni, si occupino del loro soccorso, della loro accoglienza, della loro integrazione. Operatori umanitari, avvocati, giornalisti pubblicamente accusati di “buonismo” sono diventati il bersaglio di parole ostili, provvedimenti inibitori e gesti atti a intimidirli. E’ la logica dello scontro sdoganata da decenni anche a livello politico e giunta ora alla sua acme sia nei comportamenti sociali che nelle azioni amministrative.

Amnesty International, nel suo rapporto annuale, ha inserito un Barometro dell’odio che durante la campagna elettorale in Italia ha monitorato in che modo e contro chi si sviluppano i discorsi d’odio. Come prevedibile, il canale che ha generato più veleni è stato Facebook.

In internet per ogni odiatore da tastiera ci sono sempre assemblee popolari pronte ad applaudire, a incitare, a darsi sostegno nell’attaccare i bersagli definiti. Distinguere il vero dal falso ormai è diventato impossibile: il caso del finto marinaio della Aquarius, proprio nei giorni in cui la nave era sotto il tiro del neo ministro dell’Interno e costretta a vagare in mare aperto per giorni con i suoi 629 migranti, ne è la rappresentazione plastica e inquietante. E che dire del video girato in maniera virale nel quale il criminologo Alessandro Meluzzi ha teorizzato che Pamela Mastropietro era stata uccisa e mangiata per riti cannibalici tipici della mafia nigeriana! Il fiume d’odio, nel caso di Macerata, inondò la rete e i discorsi comuni. Ne scrissero in molti, da Radio Popolare a Rolling Stone all’Associazione Carta di Roma impegnata nel dare attuazione al protocollo deontologico per una informazione corretta sui temi legati all’immigrazione.   

In questo clima, spesso le vittime della canea mediatica non denunciano, preferiscono lasciar perdere per paura o per sfiducia negli organi competenti.

“È vero, in Italia non esiste ancora una figura di reato ad hoc, ma la fattispecie può essere ricondotta sotto varie figure di reato a seconda di quanto avvenuto in ogni singolo caso”, spiega Paola Regina, avvocato internazionalista e membro del direttivo di Osservatorio Solidarietà. La mancanza di figure di reato specifiche fa crescere il timore di una perdita di tempo e di un’esposizione ulteriore agli attacchi indiscriminati, il timore di un mancato riconoscimento delle ragioni delle proprie denunce o di un isolamento maggiore.

“Accade spesso che le vittime si sentano perse, travolte dalla paura, sole: è importante che sappiano invece che esistono le strade per chiedere e ottenere protezione legale”, prosegue il legale Paola Regina. “Per poter ricevere tutela è necessario trasmettere tutte le dichiarazioni di odio ricevute alle autorità giudiziarie competenti: carabinieri, polizia, polizia postale, Procura della Repubblica”

L’ODIHR, l’ufficio OSCE per le istituzioni democratiche e i diritti umani, monitora i crimini ispirati all’odio e opera azioni di supporto al ruolo svolto dagli apparati di giustizia penale nel contrasto a questo fenomeno.

Nella Guida pratica per perseguire giudizialmente i crimini d’odio, si legge:

I crimini ispirati dall’odio (hate crimes) sono fatti penalmente rilevanti realizzati sulla base di pregiudizio e intolleranza. Si verificano  in ogni Paese, manifestano spesso una natura particolarmente violenta e, come tali, rappresentano una grave minaccia per le vittime e per le società. In parole semplici, i crimini d’odio sono reati nei quali la vittima viene colpita in ragione della sua identità di gruppo (come la razza, l’origine nazionale, la religione o altra caratteristica di gruppo). I reati ispirati dall’odio possono colpire una o più persone oppure i loro beni. Quasi ogni reato previsto dal codice penale può costituire un crimine ispirato dall’odio”.

C’è anche un punto di vista psicologico da tenere presente, avverte l’avvocato, dopo aver assistito a diversi casi: “A seguito di attenti studi di questi fenomeni, si consiglia di non rispondere mai alle manifestazioni di odio, perché questo può alimentare o provocare successive manifestazioni di odio, che possono diventare sempre più pericolose”.

 

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