Open Arms, perché non sussiste l’associazione a delinquere

Il 27 marzo 2018 il Gip di Catania ha confermato il sequestro della nave ProActiva Open Arms e l’inchiesta per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina ma, fatto molto importante, ha deciso che l’accusa di associazione a delinquere non sussiste.  Paola Regina, del Gruppo Legale di Osservatorio Solidarietà, commenta qui di seguito un’autorevole intervento sul caso da parte del Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione. 

Il sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, Simone Perelli, ha commentato il Decreto di convalida di sequestro preventivo della nave Open Arms col quale il Giudice per le indagini preliminari esclude la sussistenza del fumus commissi delicti per il reato di associazione a delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina, sia per mancanza di elementi di prova sia per l’assenza degli elementi costitutivi del reato associativo. In quello stesso Decreto tuttavia lo stesso giudice convalida il sequestro della nave della ONG Proactiva Open Arms poiché non esclude la sussistenza del fumus commissi delicti per il reato di cui all’art. art. 12 comma 3 del d.lgs 286/98 (mediante argomentazioni contraddittorie).

Ricordiamo che sulla base dell’art. 12, comma terzo del Testo unico sull’immigrazione del 1998: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, in violazione delle disposizioni del presente testo unico, promuove, dirige, organizza, finanzia o effettua il trasporto di stranieri nel territorio dello Stato ovvero compie altri atti diretti a procurarne illegalmente l’ingresso nel territorio dello Stato, ovvero di altro Stato del quale la persona non è cittadina o non ha titolo di residenza permanente, è punito con la reclusione da cinque a quindici anni e con la multa di 15.000 euro per ogni persona nel caso in cui:

a) il fatto riguarda l’ingresso o la permanenza illegale nel territorio dello Stato di cinque o più persone;

b) la persona trasportata è stata esposta a pericolo per la sua vita o per la sua incolumità per procurarne l’ingresso o la permanenza illegale;

c) la persona trasportata è stata sottoposta a trattamento inumano o degradante per procurarne l’ingresso o la permanenza illegale;

d) il fatto è commesso da tre o più persone in concorso tra loro o utilizzando servizi internazionali di trasporto ovvero documenti contraffatti o alterati o comunque illegalmente ottenuti;

e) gli autori del fatto hanno la disponibilità di armi o materie esplodenti. 

Il Decreto in esame riporta una dettagliata ricostruzione dei fatti, attestanti:

  • l’intervento di soccorso in mare da parte della nave Open Arms verso le 9.00 del mattino, sotto il coordinamento della Guardia costiera italiana, avvenuto in assenza d’intervento libico e del rifiuto dei soccorsi da parte delle autorità maltesi;
  • la successiva richiesta da parte della Guardia costiera libica di consegna dei migranti, avvenuta dopo 3 ore, una volta che erano terminate le operazioni di soccorso.

Il sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, seguendo la strada tracciata dalla Suprema Corte in una pronuncia del 2015 (Cass., sez. 1, sent. 18 maggio 2015 n. 20503), indica l’iter logico a cui attenersi, partendo dal presupposto che si possa configurare il reato contestato “solo se i volontari di Open Arms avessero procurato l’ingresso illegale dei migranti nel nostro Paese, agendo in concorso con i criminali (ignoti), che li hanno imbarcati sui gommoni destinati al naufragio”:  condotta di cui non vi è alcuna traccia, né indizio, né tantomeno remota prova. Dunque, a parere di Perelli “la condotta dei medesimi va esente da responsabilità penale perché scriminata dallo stato di necessità”, come previsto dall’art. 54 del codice penale. Dunque, l’analisi dei fatti accertati “non consente di configurare – neppure a livello di fumus – un concorso tra il personale della Open Arms e gli ignoti trafficanti che hanno trasferito i migranti sui gommoni, onde è giocoforza escludere il fumus del delitto ipotizzato per la sussistenza della causa di giustificazione” di cui all’art. 54 c.p. (stato di necessità per la condizione di pericolo imminente in cui versavano le persone soccorse, ampiamente documentato).

In conclusione, l’autorevole analisi giuridica esclude, senza alcun dubbio, la sussistenza del reato di cui all’art. 12, comma 3, d.lgs.286/98 nei confronti dei volontari che partecipano alle operazioni di soccorso. Infine, e’ doveroso sottolineare anche le violazioni delle garanzie processuali, già segnalate in tale analisi giuridica dal sostituto Procuratore Generale, che sembra continuino ad essere perpetrate in danno degli indagati come risulta dal comunicato stampa appena promulgato dai difensori della Proactiva Open Arms.

Tale vicenda, letta in un’ampia prospettiva, sembra porci innanzi a diverse riflessioni, così ben formulate dal sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, secondo cui “appare così difficile ipotizzare che il regolare assetto del nostro vivere civile possa mai sentirsi minacciato dall’esistenza di una organizzazione umanitaria che presta soccorso ai migranti in pericolo di naufragio”.  A tale corretta riflessione, condivisa dall’Osservatorio Solidarietà, si aggiungono le numerose riflessioni di chi ancora non riesce  a comprendere perché non vengano aperti, invece, diversi procedimenti penali per accertare ove sussista il reato di omissione di soccorso compiuto in danno di migliaia di esseri umani morti annegati, se il primario valore protetto dagli Ordinamenti giuridici europei è la vita umana.

Paola Regina, avvocato

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